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CAI UOLO DODICESIMO.
Chè le divizie (siccome si crede)
Non posson gentilezza dar nè tórre,
Perocché vili son di lor natura.
Poi chi pinge figura,
Se non può esser lei, non la può porre:
Nè la diritta torre
Fa piegar rivo che di lunge corre.
Che sieno vili appare ed imperfette,
Chè, quantunque collette,
Non posson quietar, ma dan più cura;
Onde l'animo, ch'è dritto e verace,
Per lor discorrimento non si sface.
Poesia questa? E poesia dantesca? No, veramente. Questa sarà scienza, se si vuole, ma arte no.
Potrei recare molti altri versi consimili; e dove è definita la virtù:
Quest'è (secondo che l'Etica dice) Un abito eligente
Lo qual dimora in mezzo solamente;
e dove, nella medesima stanza, scrive:
Onde convien dall'altra venga l'una 0 da un terzo ciascuna; Ma se l'una vai ciò che l'altra vale, Ed ancor più, da lei verrà piuttosto: E ciò ch'io ho detto qui, sia per supposto.
Qui c'è un argomentare faticoso, c'è delVElica, ma non più dell'arte. E c'è ancora quello che fu proprio di alcune scuole anteriori a Dante, la ricerca del difficile, nei concetti, nelle forme, nell'intreccio delle rime. Ne porto ad esempio la canzone sulla leggiadria:
Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato, Non per mio grato, Chè stato — non avea tanto gioioso, Ma perocché pietoso Fu tanto del mio core, Che non sofferse d'ascoltar suo pianto; Io canterò cosi disamorato Contr'al peccato,
Ch'è nato — in noi di chiamare a ritroso
Tal, ch'è vile e noioso,
Per nome di valore,
Cioè di leggiadria, ch'è bella tanto,
Che fa degno di manto
Imperiai colui, dov'ella regna.
Ella è verace insegna,
La qual dimostra u'ia virtù dimora.
Per che son certo, se ben la difendo
Nel dir com'io la intendo,
Ch'Amor di sè mi farà grazia ancora.