LA LIRICA DI DANTI:. 33!>
In quelle, la soavità e la pianezza del verso delle rime e fin delle sillabe è ineffabile- in quéste è affettata la rude audacia dei traslati delle immagini delle com-• orazioni, anche l'asprezza dei suoni, anche la difficoltà delle rime; — il verso sussulta con forte battito come le arterie delle tempie ed il cuore (1).
In quelle, il giovine poeta par trasceso a un secolo ideale, ben differente e ben superiore alla ringhiosa età de'Bianchi e de'Neri; in queste riapparisce l'uomo del tempo suo, che desidera con violenza, che sente forte l'amor come l'odio, che nel Convito scriverà : « Col coltello e non con argomenti convien rispondere a chi cosi parla »• che addotto negli amari passi dell'esigilo « ogni femminella, ogni picco! fanciullo, ragionando in parte e dannante la ghibellina, 1' avrebbe a tanta insania mosso che a gittare la pietra l'avrebbe condotto » (2).
V noi tanta ardenza di sentimenti, tale sfogo della propria natura dell uomo, topo il ritegno della mistica contemplazione di Beatrice, a noi piace. È la passione delia doventi! dopo l'amore dell'adolescenza ; è come la gran vampa del sole d' estate 'quando tutto ribocca di vita, che ci fa più largamente sentir l'esistenza; e come il temporale di mezzogiorno dopo una soave mattinata di primavera, quando il cielo, che già pieno di tutte le armonie d'aprile sfumava ridente nell'azzurro infinito, ci fa sentire che ha pur anche le sue nubi gravi d'elettrico e i suoi^ tuoni e' suoi fulmini. Ci voleva anche questa corrente di poesia per compiere nell' estatico amatore di Beatrice il poeta futuro.
Ma questa serie di rime a qual tempo s'ha da riportare della vita di Dante?»
Il Carducci conchiude (3) che quelle rime furono composte avanti l'esilio, e probabilmente nel tempo che seguì più da presso alla morte di Beatrice. « La ioga de'sLfci giovanili fin allora contenuta ruppe gli argini, e l'amico di Forese Donati fu tale quale gli era poi grave a memorare (4). Allora Guido Cavalcanti, ansto -cratico schivo e poeta filosofo, gli potè scrivere:
Io veglio il giorno a te infinite volte E trovoti pensar troppo vilmente. Molto mi duol della gentil tua mente E d'assai tue virtù che si son tolte.
Or non m' ardisco per la vii tua vita, Far mostramento che'1 tuo dir mi piaccia; Nè 'n guisa vegno a te che tu mi veggi (5).
Noi diamo ai lettori il rimanente di questo sonetto : E maledico l'amorosa lima C' ha pulito i miei detti, e i bei colori Ch' io ho per voi trovati e messi in rima Per far che il mondo mai sempre v' onori.
E maledico la mia mente dura, Che ferma è di tener quel che m'uccide, Cioè la bella e rea vostra figura,
Per cui Amor sovente si spergiura; Sicché ciascun di lui e di me ride, Che credo tor la ruota alla Ventura.
(1) Qui il prof. Carducci reca due lunghi brani della Canz. IX, che noi tralasciamo, avendo riportata la Canzone intera.
(2) Boccaccio, Vita di Dante, XII.
(3) Op. cit. 211.
(4) l'uro. XXIII, 117.
(5) Son. XXII, ediz. Cacciapori. - Ci pare che si potrebbero a questi versi del Ca-