LA LIRICA DI DANTE.
Mostrasi sì piacente a chi la mira, Che dà per gli occhi una dolcezza al core, Che intender non la può chi non la prova.
E par che della sua labbia si mova Un spirito soave e pien d'amore, Che va dicendo all'anima, sospira.
La poesia, dirò coll'illustre Giuliani, « qui ha raggiunto l'ultimo suo grado nella unifica 'ione del più gentile e dolce sentimento che può nascere ne' cuori mortali.
mi parola è un accento dell'anima e spira amore » (1): un amore lontano dalle fssioni, dai tumulti, dalle agitazioni della vita, un'azzurra serenità, una limpidità
jGDZcì fine.
Questa stessa grandezza lirica continua nella terza parte della Vita Nuova, ove^si piange la morte di Beatrice. Dopo, un oscuro cabalistico discorso su numero tre e sul nove (2), seguono quei versi stupendi, quasi apoteosi della donna,
amata :
(1) La Vita Nuova e il Canzoniere di D. A., Firenze, Le Monnier, 1868, pag. 129.
(2/ Ci piace riferire a questo proposito la bella nota del prof. D'Ancona (Op. cit.. p. 112): Una Ielle forme qualitative dell'ingegno di Dante è... questa meschianza di calda ispirazione e di meditata scienza, di nuovo e di vecchio, di originale e di tradizionale. Questo carattere, visibilissimo nella Divina Commedia ove la materia è dappertutto regolata dal (ren dell'arte e disposta secondo ordinato concetto, si scorge anche nella Vita Nuova che -ir è libro fervido e passionato. Infatti le formole scolastiche vi si soprappongono alle iote ispirate dall'amore: ogni poesia vi si sminuzza in parti, come cadavere sotto il coltello dell'anatomico: nei punti più caldi di affetto l'entusiasmo è freddato da una convenienza cavalleresca, da un precetto del cerimoniale poetico. Ei non nomina mai la sua donna se non pel solo nome, come nel Poema non dice il proprio, salvo una volta e per necessità: a un dato punto, le rime cessano di essere direttamente volte all'amata: più oltre, e.'li non dirà una tal cosa perchè il dirla sarebbe anco un lodar sè stesso: altrove non proseguirà a riferire una sua propria scrittura, per non mischiare il latino col volt: a re, od anche non permetterà che la chiesa sia scritta dopo, e così quasi serva e obbedisca'alla poesia. E ciò facendo, Dante soggiace a certe convenienze di amatore e di autore, che a tanta distanza di tempi possiamo bensì riconoscere e notare, non però
apprezzare e giudicare.
Il viluppo che trovasi al bel principio della Vita Nuova circa il nome di Beatrice, e di codesta specie, e si scioglie soltanto coli'aiuto di quel 6h'ei dice poi di Giovanna o Primavera, ove rammenta e ammette la convenienza dei nomi colle cose o persone che
li portano. .
E alla stessa dottrina dei tempi appartengono anche queste fantasticherie del poeta gul numero nove, e sulle misteriose relazioni di esso con Beatrice. Vi e, in tutto quest'avviluppato discorso, una reminiscenza evidente delle dottrine pitagoriche e neoplatoniche da i n lato, delle mistiche e cabalistiche dall'altro: vi è qualche cosa che proviene dalla tradizione scientifica, e qualche cosa che giunge a lui per superstiziosa e volgare tradizione. Ma quando vediamo che queste fantasticherie fanno capo alla glorificazione di Beatrice, dell'unico idolo del cuore e della mente di Dante, e nel momento in che affranto dal dolore cerca ovunque argomento di consolazione, e' ci pare che le aride speculazioni dell'intSlletto sieno avvivate dalla forza dell'amore, e che questo renda quelle scusabili,
e utili a qualche pratico assetto.
Certo si può trovar strano, scientificamente e logicamente parlando, tutto codesto discorso di Dante. Ma, in fin dei conti, esso non è che dimostrazione metafisica o mistica, del concetto già più v?lte poeticamente espre&so circa la divini^ di Beatrice, venuta di