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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   svolgimento della lirica.
   311
   t,erapi (1), scrivendo rime d'amore, filosofeggiò meno del Cavalcanti (2); fonte della sua poesia (quasi come riposo dalle gravi cure dell'uomo di stato e del giurisperito) fu a lui più il cuore della mente; ma al pari di Guido egli curò l'arte, onde l'Alighieri lo pose tra i pochi che conobbero l'eccellenza del volgare (3).
   Studiamo ora le rime di messer Cino, seguendo la bella e ingegnosa classificazione che di esse fece il prof. Carducci (-1).
   Ci sembra, prima di tutto, che meriti di essere notato come il poeta pistojese non vada speculeggiando sulla natura d'Amore, ma parli invece delle condizioni di amore, argomento ben diverso dall'altro, e trattato da Cino con filosofìa psicologica multo vera:
   Se non si move d'ogni parte amore Si dall'amato come dall'amante, Non può molto durar lo suo valore, Chè '1 mezzo amor non è fermo nè stante.
   E di partir si sforzi ogni amatore, Sed ei non trova paro o simigliante: Ma, se '1 si sente amato di bon core L'amor sta fermo oppure assale avante . ..
   In questi versi non c'è nessuna metafisica: Platone, Aristotile e la Cavalleria sono messi da parte, ed hanno ceduto la parola alla natura e alla verità.
   Così pure è il sentimento che parla, un sentimento sincero e profondo, senza adornamenti, semplice, e nella sua semplicità tanto più vivo ed efficace, quando il poeta scrive:
   Io non domando, Amore, Fuor che potere-il tuo piacer gradire; Cosi t'amo seguire
   In ciascun tempo, o dolce mio signore.
   E sono in ciascun tempo ugual d'amare Quella donna gentile Che mi mostrasti, Amor, subitamente Un giorno, che m'entrò sì nella mente La sua sembianza umile,
   (1) Ved. Ciampi, Vita e memorie di messer Cino. Pistoja 1828.
   (2) Sembra anzi che col Cavalcanti non fosse troppo amico, e di qualche briga letteraria con lui ci resta indizio in questo sonetto :
   Quai son le cose vostre ch'io vi tolgo, Deh, Guido, che mi fate sì vii ladro? Certo bei motti volentieri io colgo, Ma funne mai de'vostri alcun leggiadro?
   Guardate ben ogni carta eh' io volgo : S'io dico vero, io non sarò bugiardo Queste cosette come io le assolgo, Ben lo sa Amor dinanzi a cui le squadro.
   Quivi è palese che non sono artista Nè ricopro ignoranza con disdegno , 'Vegna che '1 mondo guarda pur la vista:
   Ma sono un cotal uom di basso 'ngegno Che vo piangendo sol coli'alma trista Per un cor, lasso 1 eh'è fuor d'esto regno.
   (3) Volgare Eloquio, I, 13, 17.
   (4) Rime di Cino da Pistoja e d'altri rimatori, ecc., ordinate da G. C. — Firenze, Barbèra, 1862.