svolgimento della lìrica
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Di sì dolce intelletto, Che vi sarà diletto Starle davanti ognora. Anima, e tu l'adora Sempre nel suo volere (1).
In questa Ballata, osserva il Foscolo (2), v'è accento di verità in ogni parola. Il poeta « senza dolersi mai della vita che l'abbandona, fa solamente sentire la consunzione di tutte le sue forze vitali; e non ha altra sollecitudine, se non se che l'anima sua venga pietosamente raccolta dalla sua donna. Que' tanti ritornelli di parole e d'idee ripetute danno qui non so che grazia mista al patetico; e si seme ma non si descrive. Evvi anche l'artificio del chiaroscuro ne' versi brevi che scorrono rapidi, dopo di essere stati preceduti dall'armonia lenta e grave degli endecasillabi ».
Del Cavalcanti possediamo ancora un'altra Ballata, che si diparte dal genere di quelle studiate fin qui, specialmente perchè ci si mostra come imitata dalle Pastorelle delle letterature francese e provenzale.
Quando noi diciamo imitata, vogliamo perù che questa parola sia presa nel giusto suo senso.
« Nelle Pastorelle francesi, come scrive sempre elegante e véro il prof. Carducci (3), il castello cala ad esigere la corvée dell'amore su la campagna, e i cavalieri sfogano la loro ripienezza d'idealismo su le villane: è come chi dicesse il diritto di coscia esercitato anche poeticamente negli amori del povero Robino. Il don Giovanni feudale passa sempre a cavallo e sempre di primavera e proprio del bel mese di maggio, va in visibilio al profumo dell' albaspina e al canto degli uccelli ; poi rivolge gli occhi alla terra, e fa in fretta in fretta e recisamente le sue dichiarazioni e proposte, non senza qualche fioretto, s'intende, di cavalleria, a una bella Alice, la quale se ne sta seduta o su la via o all'ombra d' un boschetto col suo montone o col suo mastino. Ella ascolta; e talora resiste da vero, tal altra s'infinge sol per essere più da presso incalzata, e cede poi alle lusinghe ai doni alle promesse; più d'una volta anche cede solamente alla forza; e allora il cavaliere non manca di menarne vanto, e ride di lei e di Robino con la scioltezza di un gentiluomo il quale sa che la gentilezza dell'alto amore è sol per le dame ».
Ora, la Ballata del Cavalcanti ha bensì colle Pastorelle francesi certi legami esteriori, ma ne diversifica poi per l'arte onde è condotta, e per un certo alito che vi spira di delicata poesia, ben superiore a quello dei componimenti della lingua d'oli. In essi la breve scena tra il cavaliere e la villana è spesso di una brutalità ributtante; e ia superiorità della condizione dell'uomo vi si fa sentire senza riguardi, anzi con ostentazione e con vanto. Il cavaliere degna abbassarsi a cogliere un povero fiore dei campi, e se ne va poi subito; se ne va, come è venuto, senza che il cuore gli batta. Egli non cercava l'amore, ma un sollazzo, una distrazione; e ottenutolo, non gli resta a far altro che rimontare sui suo cavallo e rientrare nel castello, per uscirne poi il giorno dopo in cerca di nuove Alici che lo distraggano ancora per un breve momento dai suoi ozii feudali. Le Pastorelle francesi sono la pittura fedele di un lato della società cavalleresca. Là i sospiri platonici in rima alla superba castellana, che è già troppo se li paga di un impercettibile sorriso delle sue labbra divine; qui la pastora assalita brutalmente, e se osa resi7 stere, rovesciata a forza sull'erba.
Ma questo non è nella poesia del Cavalcanti. Anche qui, è vero, abbiamo il bosco e la pastorella :
(1) P. 26, 27.
(2) Postille alle Rime di Guido Cavalcanti, in Saggi di Critica, 1, 329.
(3) Studi Letterari — Musica e Poesia nel mondo elegante italiano del secolo XIV, pag. 394-5.