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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   svolgimento della lirica.
   305
   Avete ia voi li fiori e la verdura, E ciò che luce o è bello a vedere; Risplende più che il sol vostra figura; Chi voi non vede, mai non può valere.
   In questo mondo non ha creatura Si piena di beltà nè di piacere; E chi d'amor temesse, l'assicura Vostro bel viso, e non può più temere.
   Le donne che vi fanno compagnia Assai mi piacen per lo vostro amore; Ed io le prego per lor cortesia
   Che qual più puote più vi faccia onore, Ed aggia cara vostra signoria, Perchè di tutte siete la migliore (1).
   Se già questo ed altri sonetti ci fanno sentire una delicatezza ed una varietà dimmagini, una sincerità di sentimento, una eleganza e semplicità di forme che non si trovano in nessuno dei predecessori del Cavalcanti ; se già nei malinconici sospiri e nelle speculazioni filosofiche di lui ci è dato quasi di assistere ai primi albori della lirica dantesca; questo non è ancora il genere nel quale il nostro poeta rivelasse veramente tutto il suo genio. Sebbene condotti con arte finissima; sebbene smisuratamente superiori a tutti quelli dei Siculi e a quelli della Scuola di transizione, i sonetti di Guido risentono spesso delle varie scuole dei tempi di poco precedenti ai suoi. In essi egli non si libera che in parte del convenzionalismo letterario ; qualche volta comincia con un volo ardito e libero, poi ricade giù nelle oscu'tà, nello scolasticismo, nel ragionamento; mezzo poeta e mezzo scienziato.
   È in un altro genere che il Cavalcanti mostra meglio la sua potenza e la sua originalità poetica. Quando egli, distaccandosi dalla scuola, va ad attingere le sue 'spirazioni alla poesia del popolo, e prendendo questa tra le sue mani aristocratiche, l'adorna di tutte le finezze dell'arte, la riveste dei fulgidi colori della sua fantasia, la fa palpitare dei suoi affetti reali, allora egli è nuovo; allora davvero comincia quel grande periodo artistico che va a compirsi nel Petrarca, e che è, per la sua ricchezza e per la sua varietà, il più bello di tutte le moderne letterature di Europa.
   Le Ballate del Cavalcanti sono il genere dove egli ha riversato tutto sè stesso, ingenuamente e senza artifizi, ma però con una coscienza dell'arte continua e profonda. Egli prende la ballata dal popolo; dal popolo gli vengono l'intonazione, il motivo, la semplicità; ma su codesta materia greggia lavora con intelletto d' amore, cesellatore e scultore al tempo stesso che guarda ai particolari e all' insieme; poeta che vuole esprimere i sentimenti veri dell'animo, e artista che vuol vestire di bellezza gli affetti che gli sgorgano dal cuore.
   Distinguiamo però. Anche tra le Ballate, non tutte sono uguali; anche in esse 11 poeta vuol qualche volta ricordarsi troppo delle sue sottigliezze aristoteliche e cavalleresche. Potente per verità, e per semplicità elegantissimo è il principio di questa Ballata (2):
   Vedete ch'io son un che vo piangendo E dimostrando il giudicio d'Amore; E già non trovo si pietoso core Che me guardando una volta sospiri.
   Novella doglia m'è nel cor venuta, La qual mi fa dolere e pianger forte ;
   (1) P. 8. <2) P. 19
   Bartou. letteratura italiana. jy