27 i CAPITOLO DECIMO.
largo nei suoi racconti; qualche volta persino ridondante di parole (1); egli accarezza il suo argomento, e di più dice in più. luoghi chi gli ha narrata la storia o d'onde l'ha tratta. Nel Novellino nulla di tutto questo. Ancora, le novelle del Barberino sentono di letterato; rarissimi vi sono i costrutti irregolari, corretta la lingua. II Novellino invece, per la maggior parte, ha sapore tutto popolare: ci è quasi sprezzo della forma, corre precipitoso, non ha mai vezzi, dice le cose in fretta e le dice bene, non già perchè chi scrive rifletta all'arte propria, ma perchè quelle forme gli escono spontanee dalla penna, gli sono naturali, le ha vive sul labbro e le lascia andar giù con una noncuranza che diventa il suo pregio. Ohe un letterato quale era il Barberino potesse scrivere così a noi sembra impossibile: quella popolarità della forma, quella oggettività che sono le qualità più spiccate del libro, diventerebbero un fenomeno inconcepibile se esso dovesse ascriversi ad un autore solo ed a un letterato. Il Novellino rappresenta la novella popolare nel suo stato embrionico; è, quasi diremmo, quello che fu lo scenario perla commedia dell'arte: è anonimo perche tutti v'hanno portato il loro tributo, come tutti vi attingono argomenti al novellare. Il Barberino invece offre l'esempio del racconto passato a traverso una mente che pensa, che cura l'arte, che scrive per un fine determinato. Ci è in lui uno svolgimento, egli segna un passo ulteriore nella via dove poi lasceranno orme da giganti i novellieri del secolo XIV.
Accanto alla novella, il tredicesimo secolo ebbe pure un tentativo di leggenda religiosa in volgare. Tali sono i Canti morali pubblicati dallo Zambrini.
La leggenda religiosa si sviluppò largamente in Europa nei secoli dell'alto medioevo. Nel secolo XII cominciava già ad inaridire la sorgente di quei strani racconti (2), che aveano per sì lungo tempo pasciuta la credula fantasia popolare. Più tardi vennero i raccoglitori, tra i quali ebbe l'Italia il Voragine (3); e dal latino si passò alle lingue volgari, coi Contes Dévots (4), a cui si ricollegano queste leggende pubblicate dallo Zambrini. Una di essa non è che traduzione di un conte dévot che trovasi nella raccolta di Méon, come ha dimostrato il professore Mussa-fia (5). Il che dà ragionevolmente a credere che gli altri pure abbiano la medesima sorgente. In essi troviamo riprodotti quei racconti leggendari di miracoli che si andarono formando e diffondendo nell'età di mezzo: così la colomba che vola via dalla bocca del romito lussurioso, si ricollega a tutto un ciclo di racconti simili, nei quali la colomba raffigura lo Spirito Santo, ed ora discende sulla testa di un santo, ora va a parlare all'orecchio di un altro, ora porta l'ampolla coli'olio che servirà ad ungere i re di Francia (6); così il giglio che esce dalla bocca del chierico (7) si ripete in molte leggende, come simbolo di purità (8); così il romito che si brucia
(1) Vedi, per es., nel principio della novella di Giojetta, quante parole per dirci le buone qualità di Corradol
(2) Cf. Hist. Littér., XXI, 573.
(3) Sulla Legenda Aurea, cf. Liebrecht, John Dunlop's, etc., pag. 305.
(4) Cf. Liebrecht, op. cit,, 306 segg.
(5) Cf. Borghiai (Giornale di Firenze), anno I.° 1863, pag. 556 segg. — È il Conto Vili traduzione di quello che sta nel Nouveau récueil de fabliaux, II, 314-330. Questa stessa leggenda ripetesi nella collezione di Potilo Pruavinginese, nello Speculum historiaie, etc. Ved pure Le Grand D'Aussy, Contes déoots, IV, 18.
(6) Cf. Maury, Leg. pieuses, 182 segg.
(7) Conto IV.
(8) Cf. Bolland, Acta XX Jan. Qualche volta invece del giglio è la rosa. Nel Bellovacense (Sp. Ihst., Lib. VII, cap. 116) leggesi il seguente racconto: « Accidit igitur ut qua-dam nocte surgentibus fratribus ad vigilias, iIle frater Joscio non interesset choro psal-
lentiura----ad lectum eius citius perrexit, ibique eum defunctum reperit----vultumque
ei discoperientes invenerunt quinque flores rosarum, unus egrediebatur de ore et lingua