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CAPITOLO l'NDF.ClMO.
Sire, dist Loéys, moult est.es guerroians,
Et d'armes et de cors penéus et traveillans.
Et Tiebaut li respont, com liom apercevans:
Par ma foy, biau dous sire, mès vos trop conquerans,
Que assis nos avez bien a passe XII ans.
Je ne sai s'à tous jours y esterez ìnanans,
Mès trop y amenastes Oliviers et Roullaus,
Nous ne quidions mie qu'en France en eust tans (1).
È eudente che da questi versi francesi procede il tratto che abbiamo riferito del racconto italiano. Il quale prosegue cosi: « El re Lois ei disse: eo non aviso li altri, ma io per me vorrei esser a casa; e se non fosse la'mproinessa ch'ò fatta a Gui-lelmo e al suo lignaggio, tosto ei seria. Respuose Tebaldo: a questo s'accorda bene Munon de Laumasor, el quale me dice» ecc. Anche nel francese Luigi dice a Tebaldo:
Certes molt me serois de l'aler desirans, Mais ge ai dam Guillaume d'Orange convenans, Que n'en irai arriere, s'il n'i est assentans.
Ma è poi notabile nella risposta di Tebaldo il verso:
Plus en est angoisseus mes oncle l'amirans,
poiché esso ci dà spiegazione di quel Munon del testo italiano, nome che non trovasi nel romanzo, e che è senza dubbio un errore per mesoncle, mononele, rmti noncle (2), che forse il traduttore non intese, e scambiò con un nome proprio (3).
L'esser certi della derivazione del Conto di Tebaldo dalla rhanson de gesle di Folco di Candia, non è senza importanza, per indurre che probabilmente tutti questi Conti provengono dal francese e dal provenzale, e sono riduzione o abbreviazione di più vasti lavori in quelle lingue. Che i Conti del Saladino sieno in relazione colla letteratura occitanica lo prova il trovarsi nel primo ricordato uno de' più famosi trovatori, Bertrand de Born. E tutto poi ivi accenna a reminiscenze delle crociare. La stessa andatura del periodo, molte parole e frasi ci pare che dei primi nove Conti possano render sicura la sorgente provenzale; mentre invece tutti i successivi pare che ricordino piuttosto la letteratura e la lingua d'oli. Probabilmente essi furono raccolti di qua e di là, quasi a formare una specie di fiore di storie cavalleresche. Nessun dubbio che lo scrittore abbreviasse traducendo da altri libri, com'egli medesimo attesta col suo sì ro 7 libro dice, e come poi apparisce (il che importa assai più) da quella specie di scucitura che notasi tra le vane parti d'ogni racconto, quasi come chi raccoglie vari fatti e varie sentenze per uno scopo suo proprio, senza curarsi troppo di collegarli tra loro. Ed a questo scopo sembra si accenni nel Conto di Agamennon colle parole: « per diletto e buono aseraplo, alcuna cosa de lui brevemente dirone. » Dello spirito della novella italiana^ qu non è nulla. La lingua ha qualche cosa di cosi straordinariamente arcaico, da far sospettare forme dialettali anche più vive di quelle che non appariscano nei Codice
(1) Pag. 152-53, ed. Tarbé.
(2) Mun è la forma del dialetto di Normandia. Cf. Burguy, Gramm., IH, 214.
(3) Potrebbe anche supporsi che il Codice Martelliano avesse intero rnunonele, e che l'editore leggesse de per eie, essendo facilissimo lo scambio nella scrittura arnica. Notiamo che aumasor, aumansor non è nome proprio, ma sigmtica emiro, capo arabo. Nell'/lZi-scanz si legge: « En mi la voie encontre un aumansor » (Rumvart, pag. 30); aumachour, nel testo pubblicato da Guessard e Montaiglon. Anche nel Macaire, almansor (vers. 41, ediz. Guessard). Onde noi crediamo da leggere nel testo italiano: « mun onde l'aumasor ».