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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   200
   capitolo decimo.
   quelle del Novellino: quella ardente, diritta, evidente velocità che ammirava il Foscolo (1), non manca neppur qui, ma è governata da un'arte migliore. Certe ammirazioni in Italia si seguitano un po' per moda: e tra queste mi pare che ci sia-quella per la brevità de' racconti del Novellino. Quanto a noi confessiamo che essa ci pare in molti luoghi allatto soverchia, e che non sapremmo intenderla se non ci apparisse certo che non ci sta davanti agli occhi una vera e propria novella, ma sibbene degli appunti, presi per raccontar poi la novella (2). Quindi una forma un poco più ampia, un'arte che ci si mostri più conforme al genio della prosa italiana quale si manifesterà non molti anni più tardi, tutto questo sembra a noi molto importante.
   Le novelle pubblicate nel catalogo Papanti sono trentatrè; delle quali, varie offrono una forma diversa da quelle che già si trovano nel Novellino; altre sono interamente nuove ed inedite. Di queste, una, disgraziatamente lacera e mutila (3) rientra nel ciclo leggendario orientale dei fratelli artefici (4); un'altra (5) ci riporta alle idee pure orientali degli uomini che intendono il canto degli uccelli (0). Altrove troviamo la mescolanza di idee cavalleresche e mistiche, nel racconto di un miracolo accaduto per ricompensare un cavaliere di aver fatto seppellire un morto (7); delle reminiscenze mitologiche di Ercole che uccide il gigante Eteus (8); un miracolo di Merlino fanciullo (0), ed una sua profezia (10); il giudizio di Salomone fll); la storia di David e Bersabea (12); una strana meraviglia di un'erba colla quale si riappiccano insieme le membra troncate (13); una malizia di femmina, la quale termina con un dialogo tra Dio e S. Pietro per mostrare « come le donne e le
   (1) Discorso storico sul testo del Decamerone, pag. Ili, ed. Carrer.
   (2) Ved. per es. Lo Schiavo di Bari (nov. X, ed. Gualtieri) con qne'periodini di due o tre parole l'uno. È questa arte narrativa? Può supporsi che si scrivesse veramente cosi quando si voleva raccontare ? Quale esempio simile offrono altre scritture del XIII secolo ? Vuol dire adunque che questi non sono che ricordi, i quali poi saranno a viva voce ampliati dal novellatore. Giacché abbiamo citata la novella dello Schiavo (e potevamo citarne molte altre simili), rimandiamo il lettore ad un articolo del signor Wesselofsky, Intorno ad alcuni testi nei dialetti dell'Alta Italia, pub. nel Propugnatore, An. 5.° Disp. 5-6, 1872, pag. 388 e seguenti.
   (3) Nov. XXIII.
   (4) Cf. Vesselofsky, Il Paradiso degli Alberti, voi. I, p. 2, pag. 240, 288, n. 2.
   (5) Nov. XIII.
   (6) Cf. su questo argomento Schmidt, Die Màrchen des Straparola, pag. 288, 323. Uccelli il cui canto è inteso dagli uomini si ritrovano nel Dialogus Creaturarum, 21 ; negli Otia Imperialia di Gervasio di Tilbury (Cf. Des Ger. v. Tilb., Otia Imp., von Felix Lie-brecht, pag. 45, 155 n.67); nei Gesta Romanorum (cap. 68 e 107), nel Livre des merveilles (Du Meril, F. é. 5). Affine a questo è il concetto degli uccelli che parlano lingua umana, come nella Disciplina Clericalis, nella Legenda Aurea (ed. Graesse, pag. 69) ed in molte altre scritture. Nel secolo X il cronista Aimoin diceva: « Eo in tempore quo hnmanae copia eloquentiae cunctis inerat animantibus terrae » fAp. Du Meril, F. E., 5). Anche oggi corre in Germania la tradizione popolare che i fanciulli nati in domenica intendano il linguaggio delle bestie la notte della vigilia di Natale. — Ved. Auerbach, Auf der Hòhe, 102.
   (7) Nov. XXI.
   (8) Nov. IV.
   (9) Nov. II.
   (10) Nov. III.
   (11) Nov. V.
   (12) Nov. VII.
   (13) Nov. XII. Essa finisce con un proverbio, come moralizzazione della favola: « chi bene siede non si muti, e chi vuole de la mala ventura, così la puote avere e trovare come la buona, x> — Qualche cosa di simile si trova nei Gesta (cap. 76).