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CAPITOLO l'NDF.ClMO.
XI, XXXV, LI, LXV, dell'edizione di Torino, per esser certi che esse non sono che rifacimenti di racconti o provenzali o francesi.
Sul tempo nel quale furono scritte poco potrebbe dirsi di sicuro ; solamente considerando la forma dell' arte, parrebbe di non andar lontani dal vero collocandole nella seconda metà del XIII secolo. È fuor di dubtio però che la raccolta andò formandosi a poco a poco, e che per conseguenza ci sono dentro novelle di tempi più e meno antichi. Come è certo del pari che sugli argomenti medesimi si lavorò da diversi, onde si ebbero varii rifacimenti della stessa novella. Chi paragoni il piovano Porcellino e la madonna Agnesina del testo Tessier, col testo Gualteruzzi, troverà due mani diverse che si esercitarono sopra uni», medesima tradizione popolare. Lo stesso dicasi della nov. Ili Tessier e della LXXV Gualteruzzi, della IV Tessier e della LXXXVI Gualteruzzi, della LXXXIII Gualteruzzi e della LXXVI Torino. Ed a questo proposito è stata preziosa la pubblicazione delle novelle del Catalogo Papanti, dove ritroviamo parecchi dei racconti del Novellino. Eccone 1' elenco :
Testo Gualteruzzi Testo Papanti
II
XIV
XLVI
LI
LII
LXI
X
XIX
XI
XXXIII
XVII
Vili
Testo ed. Torino Testo Papanti
VI
XXXV LIV LXV LXXVII
VI
XV IX XIV
XVI
È evidente che la II e la X o non provengono punto l'una dall'altra, ma sono due redazioni fatte indipendentemente sopra un testo medesimo, oppure che il racconto del Novellino è una abbreviazione dell'altro. Supporre il contrario in quel primo periodo dell'arte, ci pare cosa impossibile; ed il sapore dell'antichità è troppo vivo in ambedue per dar luogo al dubbio che il testo Papanti appartenga a tempi molto posteriori. Fu detto già che molti dei racconti del Novellino sembrano ossature di novelle, quasi ricordi che dovessero poi servire a più distesi racconti fatti a v>va voce (1). Se questo fosse, noi potremmo forse riconoscere nelle novelle del testo Papanti la fonte donde si presero alcuni di quei rapidi ricordi, di quelle « memorie d'alquanti fiori di parlare, di belle cortesie e di belli risponsi e di belle valentie e di belli donari e di belli amori, secondo che per lo tempo passato hanno fatto già molti », da poterle poi « dire e raccontare in quelle parti dove avranno luogo » (2 Se noi mettiamo a riscontro la novella della Campana del testo Gualteruzzi. (LII con quella del testo Papanti (XVII), ciò vorrei dire che si renderà agli occh nostri quasi certo. Ci si conceda recare i due testi:
Testo Papanti.
In Costantinopoli si avea, anticamente, una grande piazza di fuori dalla cittade, ne la quale piazza si avea apiccata una campana, la quale no' la sonava alcuno se no' a cui elli non si potesse atare; e quella cotale campana sonavano que'co-tali a cui era fatta la 'ngiuria, e non neuna altra persona. Et nella detta piazza stava uno giudice per lo comune della detta cittade, con certa fa-
TESTO GUALTKRUZZI.
Al tempo del re Giovanni d'Atri (lì fu ordinata una campana che chiunque ricevei uu gran torto, sì 1* andava a sonare ; e il re ragunava i savi a ciò ordinati, acciocché ragione fosse fatta. Avvenne che la campana era molto tempo durata, che la fune era per la piova venuta meno, si che una vitalba v'era legata. Or avvenne che uno cavaliere d'Atri avea un suo nobile destriere,
(1) Vedi il Proemio del sig. Carbone alla
(2) Così nella nov. I ed. Gualt.
Sua edizione scolastica, Barbèra, 1868.