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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   capitolo l'NdF.clmo.
   come ogni fatto si colleghi ad altri in una sintesi, che, abbracciata per intero, darebbe la spiegazione piena del moto intellettuale delle nazioni; come specialmente il medioevo sia un grande complesso di fatti strettamente legati fra loro, dove tutto subisce la forza dell'elemento popolare, uniforme ed armonico nella sua stessa disarmonia. Studiare, classificare e comparare i fenomeni è il metodo che condurrà a stabilire le leggi del pensiero umano, che sono le leggi della storia. Qui intanto occupiamoci delle attinenze che presenta la letteratura leggendaria. Nè ci faccia meraviglia un tal fatto. Oltre quelle ragioni interne che in un dato momento storico imprimono all'intelletto un dato movimento necessario, che gli fanno percorrere, inconscientemente, piuttosto una via che un'altra, oltre codeste ragioni, anche altre che chiameremmo esterne, concorrono a spiegare la cosa: le guerre, i commerci, le crociate, i matrimoni principeschi, le feste, i pellegrinaggi, tutto ciò serviva a formare delle relazioni molteplici tra i popoli (1), i quali si trasmettevano reciprocamente ogni maniera di leggenda, di apologo, di satira, di racconto, che piacesse alle loro immaginazioni, che pungesse i vizi, che rispondesse insomma ad un bisogno dell'animo loro. I grandi personaggi della storia, divenuti eroi nella lingua dei chierici e nella canzone di gesta, sebbene usciti dal lento lavoro della tradizione popolare, sebbene passati a traverso la elaborazione leggendaria, non erano più a contatto immediato del popolo, ma si trovavano quasi direi sollevati al di sopra di esso in una regione più letteraria. Al popolo occorrevano nuove creazioni che rispondessero meglio all'indole sua. Ed esso andò a cercarne dappertutto gli argomenti, e se ne impadronì con quella forza tenace che è propria di lui. Tanto è vero che di certe leggende noi troviamo due redazioni, quella più letteraria e quella più popolare, la prima ristretta dentro certi biniti imposti dall'uso e dalla convenienza, la seconda tutta libertà, tutta vita e passione (2).
   Fra le leggende morali presenta la massima importanza quella dei Sette Savi. Nata in India in mezzo alla società buddistica (3), essa si diramò nell'Oriente (4), per quindi passare in Occidente. Il contenuto è questo: un re fa educare fuori del suo paese un figliuolo natogli dal suo primo matrimonio. Ritornato in patria il giovinetto, il maestro suo legge negli astri che a lui sovrasta un grande pericolo dal quale non potrà salvarsi se non fingendosi muto. Il principe segue il consiglio del maestro. Intanto la matrigna s'innamora di lui, e tenta di sedurlo. Ma rifiutandosi il giovane alle sue voglie, ella lo accusa al re di avere attentato al suo onore. Il principe che fingendosi muto non poteva difendersi, viene condannato a morte. Si presentano allora i sette maestri, o savi, consiglieri del re, e con adatti racconti cercano far differire la esecuzione della sentenza; mentre intanto la regina con altri racconti di natura diversa cerca di accrescere là collera del re. La lotta dura otto giorni, finché finalmente, passato il termine fatale, il principe rompe il silenzio, dimostra la sua innocenza, viene assoluto, e la regina è condannata.
   Questa storia orientale piacque ai popoli dell'Occidente, ai quali giunse per mezzo di una versione latina (5); e piacque per modo che essi la rimaneggiarono
   (1) Ved. su questo argomento in Du Meril, Hist. de la Poésie Scand., il capitolo Des rapports littéraires des populations européennes pendant le moyen àge.
   (2) Cf. Fio ir e et Iìlanceflor, par E. Du Meril, Introd., pag. XiX segg.
   (3) Ciò fu dimostrato da Benfey, Einige Bemerkungen uber das indtsche originai der zum Kreise der Sieben Weisen Meister gehórigen Schriften.
   (4) Sul gruppo orientale della leggenda ved. Camparetti, Ricerche intorno al libro di Sindibàd, nelle Memorie del R. Istituto Lombardo, XI, 2° della serie III. — Vedi pure la Memoria di E. Brochaus con giunte di E. Teza.
   (5) Sembra che questo testo latino fosse scritto da un monaco della hadia d'Altaselva Don Giovanni o Don Gianni (Dans Jehans), vissuto tra il 1179 e il 1212. — Cf. Keller, Li Romans des sept Sages, Einleitung, XXIX segg. — Quanto poi al testo da cui proviene il latino sono varie le opinioni. — Cf. D'Ancona, Il Libro dei Sette Savi, Prefazione. — Il