Stai consultando: 'Storia Letteraria d'Italia I primi due secoli', Adolfo Bartoli

   

Pagina (257/555)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (257/555)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Progetto OCR]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   CAPITOLO DECIMO
   LA PROSA.
   E un fatto facilmente spiegabile che la prosa letteraria apparisca sempre più tard. della poesia. Ed il fatto è tanto piti naturale in Italia, dove perdurò con tanta forza ii latino, sebbene già interamente volgarizzato nelle sue forme. I primi segni però della prosa sono molto antichi fra noi, della prosa, intendiamo, scritta da coloro che, non avendo neppure quel tanto di studio che si richiedeva a scrivere il lat'no medievale, doveano usare la lingua che parlavano, per interessi privati o pubblici. Noi abbiamo cosi qualche documento del secolo XII (1); abbiamo una scrittura senese del 1233 (2); abbiamo alcune lettere del 1253 (3), rozze scritture dialettali. ma che ci attestano i primi tentativi fatti nella nuova lingua, che andava acquistando organi e forme suoi propri.
   F. di sommo interesse tener dietro a questo svolgimento della prosa, e vedere come a poco a poco la lingua volgare sia fatta strumento a più vasti lavori, come la letteratura si emancipi da quell'informe latino onde si valse per parecchi secoli, come col progredire del pensiero laico, anche la lingua laica, la lingua parlata dalle moltitudini, affermi la propria potenza. Finche noi abbiamo davanti le povere scritture di Matasala, certo sentiamo di essere ai primi tentativi; ma lasciate passare pochi anni, meno di un mezzo secolo ancora, ed il lavoro latente si rivelerà in tutta la sua forza. Accanto alla cronaca latina sorgerà la cronaca volgare, accanto, anzi di fronte al monaco, sorgerà il laico col suo idioma trionfante, destinato a vìncere di secolo in secolo tutto il medio evo.
   Chi fu il primo che si arrischiasse alla cronaca volgare nella lingua nuova1? Fin qui fu creduto Matteo Spinelli da Giovenazzo. Se non che oggi gli eruditi combattono tra loro su questo argomento, e lo storico della letteratura deve tener conto delia loro discussione. Cominciamo intanto dal domandarci chi fosse questo
   (1) Uno ne è stato pubblicato recentemente dal signor E. Stengel, nella Rivista di Filologia Romanza (I, I, 52). È una pergamena del 1173, dove si trova mescolato il dialetto sardo al latino. Comincia: « In nomine domini amen. Ego Benedictus operariu de sancta Maria de pisas kilafato custa carta cun voluntate di Deo e de sancta Maria e de sanctu Simplichi e de iudike Barusone de gallul e de sa muliere donna elene delaccu reina » etc. — Per altri documenti cf. Muratori, Ant. Ital. M. E., II, 1051, 51, 59; e Monum. Eist. I, 7G4, 843.
   (2) Cf. Arch. Stor. Ital., App. V.
   (3) Cf. Lettere volgari del secolo XIII scritte da Senesi, Bologna, Romagnoli, 1871,