2.M CAPITOLO NONO.
L'audito e '1 tatto son li portinieri, E '1 senso si può dir la mastra porta;
E l'ossa son le mura che vedete, Che sopra lor fermata è la possanza; E' nervi son le nobili parete, Di che è inciarnberlata la su' stanza.
Ma a che proseguire in cosiffatte citazioni? Questa in verità non e arte ne popolare nè cortigiana; nè italiana, nè provenzale, nè francese; il povero poeta che qui non ha più da copiare, esce in tali' concetti che non hanno riscontro in nessun altro lavoro del secolo XIII. Ed ecco a che cosa riducesi questo famoso poema dove altri fantasticò non so che di arabo e di normanno, che altri predicò la più splendida poesia di quel tempo: ad una imitazione di tre o quattro scrittori, fatta senza gusto e senz'arte, senza ombra d'ispirazione, senza disegno. Probabilmente lo scrittore fu un fiorentino, uno di quei fiorentini della scuola di Guittone d'Arezzo, che voleva passare per dotto. Noi desideriamo che non si possa mai provare che esso fu Dino Compagni. E siamo quasi certi che il nostro desiderio sarà soddisfatto. Il carattere più spiccato della Cronaca è la soggettività che vi domina, e quell'affetto che le dà il colorito, traboccando dall'anima dello scrittore qualche volta anche troppo \ivo e veemente. Là l'uomo è tutto nel suo libro; qua invece, in questa Intelligenza, che pur si vorrebbe opera giovanile, dello scrittore non c'è traccia, ma anzi vi dominano tutti i carati eri contrari a quelli della Cronaca: chi scrive non è nè un uomo appassionato, nè un cittadino, ogni personalità si dilegua in queste strofe dove si imita, si traduce, si cuciono insieme pensieri d'altri, dove il cuore non dà un palpito, dove la mente non si innalza a nessun pensiero che non sia già stato cantato da cento altri poeti. Sono decisamente due animi e due cervell. diversi, e quasi direi opposti, quelli che hanno concepito questi due lavori. C'è più poesir vera in una pagina della Cronaca, che non in tutte le strofe dell'artificioso poema. Come mai lo stesso uomo poteva essere poeta nella sua prosa storica e prosaico nelle sue rime? Egli improntato di tanta originalità quando già era uomo maturo, si piaceva nei fervidi anni della giovinezza ad una cosi servile imitazione? Colui che scrive con tanto bollore di alfetto e di sdegno della sua Firenze, figliuola di Roma, quando scrive di Roma e del suo Cesare non trova nulla nel proprio cuore, e va sulla falsariga di un romanzo francese, traducendolo, compendiandolo e spesso anche sciupandolo. È possibile tutto ciò?