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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   POESIE INSEGNATIVE E MORALI. 251
   è ripetizione Mi quelle teoriche, di quelle idee comuni, ,i quel convenzionalismo di cui si trovano tanti esempi nelle poesie de1 trovatori. Non è l'amore vero, come sentimento reale, non è la passione delle nostre poesie popolari, che palpita, elio s'agita, che chiede, che ride, che piange; ma quella soiita finzione fredda e monotona, un pretesto poetico, caratteristico della poesia provenzale. La descrizione della Donna presenta, è vero, qualche cosa di elegante; ma che non sia dallo scrittore sentito quello che egli scrive, lo prova il riflettere che questa sua Donna è una pura astrazione, è un'essere allegorico; quindi è chiaro ch'egli dipinge di maniera, e che non c'è nulla di soggettivo in questi versi. Tanto è vero che dalla descrizione della donna egli prende occasione, a che mai? ad una lunga ed antipoetica enumerazione delle pietre preziose che adornano la sua corona. Le virtù delle pietre erano uno degli argomenti prediletti nel medio evo; da Marbodo a Isidoro di Siviglia, a Alberto Magno, al Bellovacense, al Sidrac, a Neckam, a Matfre Ermenguau, al Sacchetti, a molti altri, tutti ne parlano: si ebbero Lapidarli in latino e in francese, ed in tutti si ripetono le cose medesime. Nè l'autore dell' Intelligenza toglie occasione da ciò a fare della poesia, ma si contenta di mettere in versi non belli quello che aveva letto in alcuno degli scrittori ricordati. Noi potremmo qui parola a parola ritrovare tutto quello che scrive il poeta in Marbodo e nel Lapidaire francese; il che non è certo indizio di un alto ingegno poetico. Ma non basta allo scrittore l'enumerazione delle pietre: egli vuole raccontare anche le storie che piacciono ai tempi suoi, vuol dar saggio d'aver letto i romanzi, e finge intagli e pitture nel palazzo, per avere occasione di descriverli. Il che forse può essergli stato suggerito dal poema di Guglielmo De Lorris, dove appunto sono descritte le figure intagliate sulle mura della casa di Déduit. Tutti i personaggi de' poemi romanzeschi vi sono nominati, Isotta e Tristano, Ginevra e Lancillotto, Alessandro, Fiore e Blanziliore, la donna del Lago, Erecco ed Enida; nè manca Enea e Didoue, Paride ed Elena, Achille e Polissena, Diomede, Ulisse, Penelope; ed èvvi ancora David e Bersabea, accanto a Narciso. La erudizione del poeta v' è tutta; ma su alcuni degli intagli egli si ferma a preferenza, cominciando dalla storia di Giulio Cesare ; si ferma, traducendo quasi alla lettera un romanzo francese. Ed ecco, a prova, alcuni raffronti, che potremmo, volendo, moltiplicare (1)
   Il sembla qe il veist devant soi une grant ymage toute eschevelee qi avoit tous ces che-
   voux de rous.....et gernisoit et disoit ha
   seignor home ou voles vos aler outre cest eve 1 Ou voles vos aler et porter mes banieres et mes enseignes 1
   . i . pansa bien qe cele ymage representoit
   la pais de Roume, Iors parla et dist......
   ,je n'ai pas pris armes contre toi, ains revaing come cil cui tu dois recoivre a honor et por les batailles qe je ai vaincus et me dois rendre mon thiuinphe car je ai este li tiens Cesar en terre et en rner et me sui combatus por ta sei-gnorie et por ta dignite acroistre.
   Qant il ot en tiel maniere parole, seignor, d.st il, a ces chevaliers, or poons nos retorner se nos volons. Car se nos pesons ceste eve par arrncs Bus conviendra fere qanqe nos ferons..
   Cesare stando a la riva pensoso Dipinto v'è come vide apparire Una forma d'aspetto assai dottoso: Femina scapigliata era in parere, E diceva con gran pianto pietoso : Figliuoli, ove volete voi venire? Recate voi incontra me mie'nsegne? Per pace metter sarebber più degne: Pensate ben che ne puote avvenire.
   Cesare ch'era pien di grande ingegno Si propenso ched imagine fosse Che presentasse Roma in cotal segno: Ad alta voce sue parole mosse E disse: Roma, incontra te 11011 vegno, Ma torno, ch'io son tuo più ch'i anche fosse, E tu dovresti accogliermi, pensando C'ò sottomiso il mondo a tuo comando, Si mi dèi onorare, ovunqu'io fosse.
   Èvvi come si volse a' cavalieri E disse lor : segnor, se noi volemo, Noi potern ritornar per li sentieri, Se noi passiam, parrà che noi faremo.
   (1) Il testo francese è tratto dal Codice Marciano III, Fr. Cut. s. Zan.