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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO l'NDF.ClMO.
   role del manoscritto fiorentino hanno qualche peso, ma non possono bastare a sciogliere definitivamente la questione. Nè i paragoni che si sono tentati tra alcuni passi dell'Intelligenza ed alcuni della Cronaca, sono molto concludenti (1). Aspettiamo dunque che qualche nuova scoperta venga a confermare o a distruggere la supposizione che Dino sia l'autore di questo poemetto; e prendiamone intanto a fare un esame che ci ponga in grado di valutare la sua importanza. Il poema è un'allegoria: come nel Roman de la Rose ci aggiriamo in un giardino allegorico, cosi qui siamo in un palazzo allegorico, il palazzo di Madonna; e questa madonna non è altn che l'Intelligenza. Il poeta dopo un breve proemio, ci dà la descrizione della donna sua. In quel proemio intanto è notabile, è chiaro, è evidentissimo che il poeta provenzaleggia. Quelle descrizioni della primavera sono nei trovatori frequentissime: era uno dei loro argomenti favoriti, e nel quale riuscivano molto eleganti. Anche questa dell'italiano è elegante, ma la parrebbe quasi una traduzione piuttosto che cosa originale. Chi comincia a leggere
   Al novel tempo e gaio del pascore Che fa le verdi foglie e' fior venire,
   sente subito un'aura occitanica, sente un odor di Provenza, ed anche molto acuto (2). Cosi, poco più giù, quello che si canta di Amore,
   Allor sentio venir dal fino Amore Un raggio che passò dentro dal core
   (1) Riceviamo in questo momento dal signor Grion il suo bel volume dei Fatti di Alessandro Magno, e nella erudita prefazione troviamo accennate alcune parole di Francesco da Barberino, le quali secondo lui, confermerebbero che 11Intelligenza fosse di Dino. Noi per vero non sapremmo adattarci a tale opinione. — Riceviamo pure il fascicolo di gennaio (1873) della Nuova Antologia di Firenze, dove è uno studio sul Compagni del signor Paolo Tedeschi. Egli pure vuole il .cronista autore del poema, e si studia di trovare analogie di stile tra i due lavori. A noi sembra che analogie siffatte potrebbero trovarsi fra tutti gli scrittori del secolo XIII. Giudicando con tale criterio si arriverebbe a dimostrare che tutte le poesie della scuola toscana sono di uno scrittore unico; e di un unico pure tutte quelle della scuola siciliana. — Il signor Carbone, p. es., trovava somiglianza tra due passi dell'Intelligenza e della Cronaca (pagina 133, nota 17), ed ora è dimostrato che codesto passo del poema è una letteralissima traduzione dal francese. Dovrebbe dunque supporsi che Dino scrivendo la Cronaca, e in un punto di cosi viva passione, avesse in mente le frasi del romanzo? Potrebbe piuttosto trovarsi un indizio che VIntelligenza appartenesse a Dino in un fatto che nessuno ha notato fin qui, cioè nell'aversi una poesia sua Come ciascuno può acquistare pregio (vedi nell'edizione Fraticelli, Firenze, 1858; e nel bel volume di Hillebrandì, la quale evidentemente appartiene al genere stesso didascalico-morale. Quivi si insegna ciò che deve fare il re, il barone, il rettore, il cavaliere, il donzello, il legista, il notaro, il medico, il mercante, l'orefice: è l'argomento del Barberino nei Documenti, trattato rapidissimamente. Ciò, diciamo, potrebbe essere un indizio, al quale però noi non crediamo.
   (2) Si vedano i raffronti che fa il Nannucci {Man. I, 489 segg.), ai quali potrebbero aggiungersene molti altri. — Vogliamo dire che si potrebbe anche ritenere che l'autore dell 'Intelligenza avesse avuto davanti qualche modello della letteratura d'oi'l, dove pure abbondano siffatte descrizioni. Se ne legge una, p. es. nel Roman de Troie, che vogliamo riferire (v. 939).
   Co fu el tens de ver le bel Que dolcement chantent oisel, Que la flors paroist bianche et bele, Et l'erbe verz, fresche et novele, Et li vergier sont gent dori, Et de lor foilles revestì, L'ore dolce vent soef...