22(5
capitolo ottavo.
zionì, nelle quali il pensiero mistico assorbo tutto, nelle quali la leggenda d'un .•santo sembra la cosa più importante della storia. Se enorme è la distanza fra Neckam e il Latini, anche fra il Latini ed il Bellovacense la distanza c'è. Chi ignora, ad esempio, di quali favole strane si compiacesse il medio evo, intorno agli animali ed ai mostri? Ma Brunetto, pure obbedendo a questo bisogno dei tempi, procede uu poco più cauto degli altri, ed è pronto a togliere dagli scrittori cli'ei segue ogni spiegazione ragionevole di cosiffatte stranezze. Cosi, discorrendo delle sirene egli d.ce che furono III meretmx qui dcccvoicnt touz les trespassanz; il che se fu prima di lui detto da Isidoro di Siviglia (1\ non diminuisce il inerito d'averlo ripetuto, tanto più quando leggiamo invece nel Bellovacense contrapposta alla opinione d'Isidoro quella dei philosophi et scinctorum expositorum. nonnulli, i quali eonlrarium sen-tiunt, vera monslra marina esse dieentes (2). Cosi di molti di quei mostri o fabbricati dalle fantasie medievali, o che il medio évo copiò dall'antichità, noi non troviamo fatto cenno nel Tesoro: segno che la mente dello scrittore non prestava fede a tali fole (3).
La prima parte del libro secondo, si sa non essere elle traduzione dell'Etica [li Aristotile (4).
La parte seconda, Les enseignemens des vices et des verlus, sembra derivare da varie compilazioni anteriori. Ma ciò non diminuisce pregio all'opera del fiorentino, se si consideri com'egli abbia saputo scegliere con sagacia, e tradurre con sobrietà ed eleganza.
Speciale riguardo merita poi l'ultima parte del libro, quella dove si tratta delia politica. Qui apparisce il cittadino: il cittadino a cui batte il cuore per il proprio Comune, e che non crederebbe compiuta la sua compilazione enciclopedica, se non ne facesse parte anche questo trattato di governo. Fu notato che Brunetto ebbe ad avere sotto gli occhi, scrivendo queste ultime pagine del suo libro, VOculus Pastoralis (5); ma un tal fatto non nuoce all'autore del Tesoro. Quello che importa a noi, è ch'egli sia uscito dalle generalità della politica, per discendere a qualche cosa di pratico; ch'egli abbia rivolto il suo pensiero all'Italia ed al proprio Comune (G che abbia saputo improntare il suo libro di questa soggettività. Ciò solo basterebbe a collocare l'Enciclopedia dello scrittore fiorentino al di sopra delle altre; ed a confermare insieme quello che indietro siamo andati dicendo delle condizioni speciali del pensiero italiano.
(IJ Cf. Berger de Xivrey, Traditions Tératologiques, pag. 26, n, 33.
(2) Spec. Natur., XVII, cap. 129.
(3) Si paragoni il Trattato De Monstris et Belluis, in Berger de Xivrey, op. cit. collo Speculum Naturale di Vincenzo Bellovacense, e coll'opera del Latini.
(4) V. su questa parte del Tesoro le importanti osservaz. di Sundby, op. ceY., p. 146-165
(5) Vedi Mussafia, Sul Testo del Tesoro di B. Latini, Vienna, 1859. pag. 57 e seg. Ecco le sue testuali parole: «... Almeno una piccola parte della scrittura di Brunetto deriva da un'opera latina scritta verso l'anno 1222. È questa VOculus Pastoralis, ecc. »
« In ciò che segue è interessante il vedere come VOculus rechi particolarmente tutto ciò che può importare al Podestà; il Latini invece badi all'interesse del Comune v>. L'Qc.ulus Pastoralis fu pubblicato dal Muratori nelle Antiquitates Italicce Meati Aevi, tomus IV, pag. 93-128. — Di esso scrive il Ferrari (Corso sugli scrittori politici italiani, 29) ebe le pi si parla degli officiali, dei consiglieri, dei giudici, dei salari; vi si trovano discorsi preparati per tutte le occasioni, e il nostro anonimo si presenta come il benevolo suggeritore ni tutti i gran signori alcun poco ignoranti, i quali si sarebber trovati in crudelissimo imbarazzo non possedendo il prezioso libretto, nel quale stavano preparate tutte le orazioni che dovevano improvvisare », etc.
(6) Si notino le parole «... l'autre est en Itaille, que li citeien et li borjois et les communes des viles eslisent lor poeste et lor seignor tei comme il cuident qu'il soit pro-fitables au commun profit de la vile et de touz ses subjes ». (Pag. 577, ed Chabaille).