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capitolo ottavo.
De morte. Catonis e De Angelica salulalione Beatae Virginio (1) ; regala ai suoi lettori due brani de arte amandi di Ovidio, e una lettera di Abgarus a Gesù (2), ed una epistola Pitali Tiberio missa super cruci fixione Domini (3). Riferisce i pii curiosi miracoli della Madonna (4), e molte sentenze di Seneca (5) ed alcuni L lores di Giovenale (G); narra diffusamente la storia di Barlaam e Josafat (7), e dà il catalogo dei re di Francia, d'Inghilterra, de'Vandali, de' Goti. Insomma presso allo storico apparisce sempre il monaco, il povero monaco del medioevo in tutto lo splendore della sua infantile credulità. Leggende, visioni, miracoli, tutto si ammassa nel suo libro: dal papa Gregorio Magno che libera dall'inferno l'anima di Trajano imperatore (8), a Carlo il Calvo che ha la visione dei tormenti infernali del padre (0Ì; dalla leggenda del Pozzo di San Patrizio (10), a Tundalo (11) ; da Gerberto papa che cerca per negromanzia sotterranei tesori (12), ai miracoli di mille santi, gli uni più strani degli altri. Egli comincia, per esempio, un libro parlando di Lotario II imperatore (13); ma poche righe gli bastano a sbrigarsi di lui; e tosto eccolo ai miracoli, alle lodi della vita claustrale, e a dei capitoli di misticismo che si produce a proposito del refettorio e del dormentorio dei frati (14). Il carattere generale del libro è dunque ascetico più che altro, e la grande raccolta fu fatta per uso dei chierici. Prova di ciò è anche la lingua; prova il non trovarsi una sola parola delle letterature volgari, che nel secolo XIII in Francia erano già al colmo del loro sviluppo: una sola parola, neppure a proposito della crociata contro gli Albigesi, di cui pure si discorre (15).
polis Campaniae dieitur feeisse muscam aeneam, que omnes muscas ab urbe expellebat. In eadem urbe dieitur macellum sic construxisse, ut nulla ibi caro putresceret. Dieitur quoque campanile quoddam sic construxisse, ut turris ipsa lapidea eodem modo raoveretur quo campanae cum pulsabantur; sed hoc verum non videtur, cum usus campanarum nondum inventus esset, nisi forte usus earum prius fuerit apud paganos quam apud christianos. » Lib. VI, cap. 61. È un passo prezioso per misurare la mente del povero enciclopedista;
(1) Lib. VI, cap. 75, 76.
(2) Lib. VII, cap. 29.
(3) Lib. VII, cap. 123.
(4) Lib. VII, cap. 81-120.
(5) Lib. Vili, 102-136.
(6) Lib. VIII, 138.
(7) Lib. XV, cap. 1-64.
(8) Lib. XXII, 22.
(9) Lib. XXIV, 49, 50.
(10) Lib. XX, 24.
(11) Lib. XXVII, cap. 88-104.
(12) Lib. XXIV, cap. 98-101.
(13) Lib. XXVII.
(14) Ved. i due cap. De refettorio (52) De dormitorio, (53). — In questa parte dell Li-pera del Bellovacense troviamo parole le quali sembrano escludere affatto che egli fosse vescovo, come da alcun si è creduto: così infatti de' vescovi de' suoi tempi si legge: Episcopi nostri hodie domos non impares ecclesiis magnitudine construunt, pictos delectantur habere thalamos, pauper autem sine vestibus incedit et vacuo ventre clamat ad ostium » ecc. Cap. XVIII. Ved. anche Lib. XXVIII, cap. 83, 85. È evidente che di sè e dei suoi confateli non avrebbe Vincenzo scritto tali parole. E ciò che segue lo fa ritenere per monaco, le fieramente stretto alle vecchie sue regole. Ved. Lib. XXVIII, cap. 94. Ved. anche Éim. Littér. de la France, XVIII. In alcuni luoghi si manifesta anche l'odio cenobitico contro il clero secolare. Ved. per es. nel Lib. XXVili, i cap.Jje siMulari et monstruosa vita c'e-ricorum (6) ; De evpiditate presbyterorum e fornicatione et simonia (7) ; De arnbitione cleri et introitione in patrimonium Christi (8).
(10) Lib. XXIX, cap. 103. — La citazione delle fonti diminuisce molto negli ultim libii.