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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   condizioni letterarie nel medio evo, ecc. 1«J7
   a volgare gli inni religiosi; abitiamo letto Giacomino ila Verona, del quale ci pronunziano l'esistenza le poesie del misticismo monacale; abbiamo sentiti i burleschi Toscani, e sappiamo che il Carmen ludicrum non cessò mai di rallegrare gli uomini e di flagellare i vizj. Ma accanto a tutto questo, c'è anche un'altra corrente d idee, c'è un'aristocrazia letteraria, fino dalle origini, che paralizza, che inceppa, he Irena, che corregge il moto spontaneo, lo svolgimento popolare dell'arte. Ed è uesta la ragione per la quale l'arte nostra si trova già arrivata a tanta perfezione, appena un secolo dopo il suo primo apparire, da produrre in quella che dovrebbe essere la sua infanzia, il Cavalcanti e Dante, insuperati ed insuperabili. Ma è ancne la stessa ragione che imprime a tutta la nostra letteratura un carattere meno popolare, e sino ad un certo segno anche meno originale, che non abbiano le letterature sorelle. Se noi per esempio esaminiamo i primi monumenti della letteratura francese, che che cosa troviamo? Dalla cantilena di Santa Eulalia e dalla Passione di Cristo, occorrono quasi due secoli per arrivare alla Canzone di Rolando. Lo svolgimento è stato lentissimo; ma per compenso la sua popolarità ed originalità sono chiare, evidenti, senza mescolanza d' elementi diversi : non vi sono scuole che si combattano tra loro. Se osserviamo la letteratura provenzale, troviamo il Poema di Boezio nel secolo X; più d'un secolo dopo Guglielmo di Poitiers aprirà la schiera dei trovatori; anche qui lenta l'elaborazione dell'arte, ma originale e popolare. In Italia invece si cammina rapidissimi, in meno di cento anni si tocca il sommo della erfezione. perchè noi non siamo assolutamente nuovi, ma continuatori dell'arte dell'antica e della media latinità. Tanto è vero, che dopo un secolo o poco più ritorniamo, agli amori latini, quasi pentiti e vergognosi di averli abbandonati. Tanto è vero, che presso di noi la leggenda non riesce ad un sviluppo epico, o impedita di nascere o soffocata dalle condizioni storiche e intellettuali del popolo italiano. Tanto è vero, anzi, che, sia le maggiori che le minori leggende, le quali si formarlo, si lavorano, si sviluppano, si allargano, si trasformano, presso i varii popoli di Europa quasi contemporaneamente, dando luogo ad una letteratura che presenta caratteri uniformi, in Italia appariscono più tardi, sotto forme diverse, più elaborate, più studiate, meno popolari, meno spontanee.
   Non sembri inutile una rapida escursione in questo campo vastissimo. È noto quello che fossero nel medioevo le tradizioni trojane. Chi non crederebbe che esse dovessero svilupparsi principalmente in Italia, nel paese dov' è Roma, memore di Enea che qui era spinto dal destino coi patrii penati? memore di Virgilio onde l'età di mezzo attinse le sue simpatie per il popolo e per le memorie di Troia? Ma no. Uno strano libro comparisce, non si sa ben quando, in Europa, la Historia de ex-eidio Trojae (1), che flngesi scritta da un Darete Frigio, testimone oculare della guerra troiana (2). Attorno a codesta composizione lavora fantasticando in mille guise il medioevo (3). Un francese settentrionale, Benoìt de Sainte-More, scrive nel XII secolo un interminabile poema di più di trentamila versi (4), nel quale si ha tutta l'impronta cavalleresca del medioevo. Egli non tralascia niente di quello che trova in Darete, ma cerca colla sua fantasia di mutare quelle aride citazioni in descri-
   (1) I più antichi manoscritti risalgono al IX secolo. Cf. Dunger, Die Sage vorn tro-janischen Kriege ecc., pag. 17.
   (2) Sulle prove della falsificazione cf. Dunger, op. cit.
   (3) Ci sono pure dei lavori indipendenti da Darete, per es. quello attribuito ad un Bernardus Floriacensis (Du Meril, Poes. ant. ecc. pag. 309), ispirato dalla lettura di Virgilio (Cf. Dunger, op. cit., 22); alcuni brevi canti d'indole affatto popolare (Carm. Bur., 56, 57,59; not.. specialmente il secondo: « Superbi Po.ridis »); il poema di Simon Chèvre d'or (Hist. Litter. de la France, XII, 487; Dunger, op. cit., 22-23), che sembra derivare anch' esso da Virgilio.
   (4ì Fu pubblicato da Joly, Benoit de Sainte-More et le Roman de Troje , Paris , franck, 1870.