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capitolo settimo.
Tutta questa congerie di canti esprime pure un lato della vita del medioevo il lato forse più sconosciuto, ma non certo il meno importante. Se noi riuniamo au essi le cronache, le poesie storiche, ed i canti religiosi, avremo sotto gli occhi una gran parte degli elementi da cui uscirono le varie forme letterarie dell'arte neolatina; e potremo nella media latinità trovare la spiegazione dei fenomeni che presentano le letterature romanze. Le tradizioni classiche, non inai spente in Italia, ci faranno chiaro, come già in altro luogo notammo, la pertinacia con cui durò tra noi l'uso del latino; e ci paleseranno nel tempo stesso la ragione per cui 1 arte popolare passò quasi inosservata tra noi. Abbiamo veduto che nelle parti settentrionali del nostro paese esistè una letteratura di popolo, la quale non lasciò dietro di sè tradizioni, tanto è vero che appena ai giorni nostri è stata ricercata, come un fossile, e rimessa alla luce del giorno. Abbiamo veduto una letteratura popolare nel mezzogiorno, sopraffatta dall'arte cortigiana. Abbiamo veduto ne) centro stesso, nella sede più naturale della letteratura, perchè sede della lingua, sorgere contro la poesia del popolo una reazione che ne modificò grandemente il concetto e le forme. Questo a noi sembra che dovesse essere effetto di que) classicismo letterario dal quale gli italiani non sapevano distaccarsi. Essi durarono quanto fu possibile a scrivere il latino ; e quando finalmente doverono abbandonarlo, perchè il nuovo pensiero non capiva più assolutamente dentro quella lingua morta, essi si tennero quanto più vicini poterono alle tradizioni che codesta lingua ricordava, insegnava ed imponeva. Quindi ciò che veniva dal popolo non era per essi letteratura; quindi, costretti al volgare, adottarono quello che già aveva l'impronta signorile del castello feudale; quindi disprezzati Bonvesin da Riva e i suoi compagni ; quindi alla Corte Siciliana facile il mandare in dimenticanza i canti simili a quelli di Ciullo d'Alcamo; quindi, finalmente, Guittone, che per salvare l'arte ritorna alle forme latine; e il Guinicelli che si rifugia nelle alte speculazioni filosofiche. Gli italiani, incominciando a scrivere il loro volgare, non erano un popolo nuovo, avevano dietro a loro una tradizione letteraria non interrotta, alla quale dovevano obbedire. C'erano bensì anche quelli che non sapevano d tradizione, quelli che l'ignoranza salvava dalla pedanteria; c'era il popolo che cantava, c'erano i continuatori inconscienti di tutta una schiera d' uomini che avevano già volgarizzato nelle parole e nei concetti il loro latino. Le due letterature ebbero infatti non solamente lo stesso spirito, ma anche gli stess caratteri. Noi vedremo in seguito svilupparsi la prosa italiana, sull'esemplare de'cronisti latini; abbiamo già udito i fervidi suoni della poesia d'amore, e ne possiamo ora fare il confronto con quella dei secoli precedenti; abbiamo sentito Jacopone, che riproduce
La famosa « In cratere meo Thetis est sociata Lyaeo » sulla quale cf. Bundinger, Urbe einige Reste der Vagantenpoesie in Oesterr.; Meyer. Docum. MSS., 175/ Salimbene, 12; ed altre che leggonsi nei Car. B., pagg. 233, 235 ecc. Allo stesso genere appartiene aneb Il prete e il Lupo. ap. Du Meril. Poes. ant. ecc. 302 ; ed il Luparius descendens in infer-num ap. Leyser, op. cit., 2093, sebbene più letteraria. Salimbene attribuisce a Primate, oltre i versi « In cratere mio », alcuni epigrammi, come ad es. questo: « Cum esset in curia, volens exenium mittere cuidam cardinali, feeit fieri XII albissimos panes, grandes et pulcros, ex quibus lòrnaria unum furata fuit. Undecim vero, remanentes, n.nnominus misit, cum cedula ita dicendo:
Ne spernas munus, si desit apostolus unus: Ut verbis ludain, rapuìt fornaria Judam v>.
Se non temessimo di moltiplicare troppo le citazioni, ne piacerebbe ai riferire alcune di queste graziose poesie, quella per esempio De Phyllide et Flora (Car. £., 155), deve lo scherzo gentile si mantiene dal principio al fine, condotto con un'arte squisita. Ma dobbiamo astenercene.