condizioni letterarie nel medio evo, ecc. 1«J7
poetiche, è una miseria d'arte che se ha qualche volta della forza, manca il più spesso d'immagini e cu plasticità (1). E la ragione ne è chiara: lo sforzo per tenersi lontani da tutto ciò che è umano, inaridisce la sorgente del bello; al di sopra o al di bori del vero, al di sopra o al di fuori della natura, non è più possibile arte nessuna. L'amore alle cose celesti diventa arte, quando prende in prestito dalla terra colori e le immagini; quando invece' tenta di spaziare nei campi della metafìsica, juando si sprofonda negli abissi della teologia, qualunque arte sparisce.
Distinguere in tali poesie ciò che fu scritto dagli italiani sarebbe arduo; il catolicismo assorbe in sè tutti i popoli, cancella i loro tratti caratteristici, ha un linguaggio suo proprio universale, frutto di certe idee uniformi. La teologia ed il nisticismo non hanno patria. Di molti inni si conoscono gli autori: tra gli italiani, ¦3. Ambrogio, S. Anselmo, Gregorio Magno, S. Tommaso, Innocenzo III ed altri ; ma n nessuno di essi non è niente di individuale: lo stesso S. Bonaventura, che, per esempio nel suo Itinerario della mente in Dio, palpita di un misticismo cosi vivo, ed è quasi trascinato da una lirica prepotente, ricade nelle poesie ne' luoghi comuni, non è dissimile dagli altri. Bisogna uscire dall'inno teologico, per ritrovare l'uomo e Io scrittore: lo scrittore che, sebben monaco, ha in mente gli esemplari antichi. Alfano dal suo Montecassino, nel secolo XI, si studia di imitare Virgilio, Ovidio, Orazio, loda Platone e Cicerone (2). Ed altri intanto, con arte più o meno forbita, trattano in versi gli argomenti più svariati, di storia, di scienza, di morale. Certo nessuno vorrebbe lodare di eleganza il canto sulla distruzione di Aquileja (3) o quello sulla morte di un Duca del Friuli (4), o il canto per la prigionia di Lodovico II (5), o l'altro dei soldati di Modena (6). Nessuno li loderà di eleganza, ma r.utti ci troveranno un sentimento profondo, molto superiore a quello delle poesie ascetiche, un sentimento schiettamente nazionale. Lo stesso dicasi della poesia in morte di Guglielmo il Buono (7), di quella per la presa di Damiata (8), e di altre (9).
(1) Yed. l'inno sulle miserie della vita umana, pub. da Du Meril, pag. 108.
(2) Cf. Giesebreebt, op. cit., pag. 52 segg. Citiamo le parole seguenti: « Supersunt nonnulla ejusmcii carmina, quae meo iudieio plus salis plusque leporis habeant, quam alias apud hiiius aetatis scriptores in hoc dicendi genere deprehendimus, neque dubium est, quin Alphanus illa ad Horatianorum potissimum exemplar pepegirit. Extant alia quoque carmina quorum argumenta omnino in civilibus versantur rebus, graviore tamen et eothurno ma?is apto stilo scripta, et in bis quoque poeta materiam mente illa et eogitatione, quae vix a veterum ratione abhorreant, amplectitur, Virgilium in his et Ovidium ita effingens, at in Ulis Oratium. »
(3) Du Meril, Poes. pop. lat. ant. au XII siècle, pag. 234.
(4) Ivi, 241.
(o) Ved. indietro a pag. 26.
(6) Yed. indietro a pag. 27.
(7) Ved. indietro a pag. 39, n. 4.
(8) In Chron. Richardi de S. Germano, R. I. S., VII, 993.
(9) Tra le poesie storielle popolari ci sembrano da ricordare anche quelle che celebrarono la vittoria dei Parmigiani contro Federigo II (1248), (ap. Heller, Albert von Beham u. Req. P. Inn. IV, pag. 123 segg.), una delle quali, quella che comincia: « Compellit im-manitas Fridenei pestis », passa in rivista quasi tutte le città italiane, esaltandole o maledicendole a seconda dei loro sentimenti; cosicché può dirsi che sia il canto nazionale del guelfismo italiano. Odansi alcune strofe:
Vae vae! Christi Babylonl eivitas Papié, Ad ruinam quoniam tibi patent vie Ab illa, qua vietus est Fridericus, die Per Parmam auxilio virginis Marie. 0 Pisani perfidi, soeii Pilati, Bartoli. Letteratura italiana.