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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   194 capitolo settimo.
   gano, scrive versi d'amore alla corte d'un re barbaro, ed ama forse in un monastero francese una regina di Francia fattasi monaca, della qua'e poi scrive la vita fi). Noi non loderemo (e sue poesie; egli stesso, sebbene, come dice Giesebrecht, ninna modestia usus, si è giudicato in quei versi:
   Ast ego sensus inops, Italiae quota port.io linguae, Faece gravis, sermone levis, ratione pigrescens, Mente, bebes, arte carens, usu rudis, ore nec expers, Parvula grammaticae lambens refluamina guttae, Rhetoricae exiguuin praelibans gurgitis haustum, . Cote ex iuridica, cui vix rubigo recessit, Quae prius addidici, dediscens, et cui tuntum Artibus ex illis odor est in naribus istis.
   Ma terremo conto di lui, come continuatore dell'antica coltura, in mezzo alle due forze che la combattevano, la barbarie ed il cristianesimo ; terremo conto delle notizie ch'egli ci dà, che alla fine del secolo VI a Roma, nel Foro Trajano, si leggeva solennemente Virgilio, che là si facevano gare letterarie (2); e che a Ravenna erano scuole dove s'insegnava grammatica, rettorica e diritto (3). Non molto dopo, sempre a Ravenna, troviamo Giovannicio poeta, che fece meravigliare l'esarca Teodoro, per aver saputo tradurre improvvisamente in greco una lettera scritta in latino (4), a Pavia, verso l'anno 700 leva fama di sè il grammatico Felice, il cui nipote fu poi maestro di Paolo Diacono (5). E come a Pavia, cosi a Benevento ed a Lucca, sotto quella tanto calunniata dominazione longobarda, durano le nobili tradizioni delle lettere e della giurisprudenza, si studia la medicina, si coltivano le belle arti (G).
   (1) Vedi sulle relazioni di Fortunato con Radegonda alcune b^lle pagine di Thierry {Ree. Mer. 140). Cf. pure Hist. Litter. de la France, III, 464; e Ampère, Hist. Litter. II, 312 e segg.
   (2) Vedi i versi di Fortunato riferiti da Ozanam, Des écoles et de l'instruct. pub. en Italie, aux temps barbares, pag. 358.
   (3) Ivi, pag. 361. — Una lunga nota di poesie di Fortunato trovasi in Leyser, Historia poetarum et poematum medii aevi pag. 152 segg.
   (4) Cf. Tiraboschi, Lett. Ital., Ili, 184-85.
   (5) Ozanam, loc. cit., 363.
   (6) Ivi, pag. 364, 365, 411. — Contro i grammatici però, contro chi coltivasse le lettere profane, doveva già fervere l'opera selvaggia del monaco superstizioso: e notabile questo passo della Cronaca di Glaber (in Rerum, Gali. Script., X, p. 2): « Quidam Vilgardus dictus, studio artis grammaticae magis assiduus quam frequens, Sicut ltalis semper mos fuit, artes negligere ceteras, illam sectari, is enim cum ex scientia suae artis coepisset inflatus superbia stultior apparere, quadam nocte assumpsere daemones poetarum species Virgilii et Oratii atque Juvenalis, apparentesque i 1 li fallaces retulerunt grates, quoniam suorum dieta voluminum carius amplectens exerceret, seque illorum posterit'atis felicem faceret praeconem, promiscrunt ei insuper suae gloriae postmodum fore participem. Hisque daemonum fallaciis depravatus, coepit multa turgide docere fidei sacrae contraria, dic-taque poetarum per omnia credenda esse asserebat. Ad ultimum vero liaereticus est re-pertus atque a pontifìce ispius urbis (Ravenna) Petro damnatus. Plures etiam per Italiani huius pestiferi dogmatis sunt reperti, qui et ipsi aut gladiis aut incendiis perìerunt,» Da queste parole resulta chiaro l'amore degli italiani agli studi della poesia classica, e ciò che di essi andavano favoleggiando gli uomini di chiesa, che li dipingevano come invasat. dal demonio e li scomunicavano come eretici. Un' altra importante testimonianza dell' affetto degli italiani agli studii classici si ha uei versi del Panegirico di Enrico III, di cui Cf.1 Ciesebrecht, 19