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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

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a cura di Federico Adamoli

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   101 CAPITOLO QUINTO.
   Più gravi, a nostro avviso, le obiezioni mosse contro gli altri cantici,
   In foco d'amor mi mise ;
   e
   Amor di caritate;
   tali anzi da farceli ritenere decisamente non opera di Francesco d'Assisi, ma d. Jacopone da Todi (1).
   Certo non è a dubitare che i primi compagni del pio uomo cui accendeva tanio fuoco d'amore, non cantassero, mescolandosi al popolo, versi volgari. Uno di essi anzi, prima di abbandonare il mondo per la vita della religione, era chiamato lìex versuum (2), e di lui, forse, ci rimangono pochi versi, mezzi tra latini e volgari fatti quando Arrigo VI imperatore entrò in Ascoli (3). Lo stesso Francesco probabilmente compose versi d'amore, se Tommaso da Celano ne testifica ch'egli si esercitò da giovane in inanibus verbis e li cantilenisi e se altri lo dice vucans jocis et
   porta signitìcatione de te, o bon signore, laudatu si', mi'signore, per sora luna e stelle, in cielu Pài formate dare pretiose e belle. Laudatu si', mi'signore, per nostro frate vento, per aere nubilo e sereno e omne tempo, per quale a tue creature dai sostentamento. Laudato si', mi' signore, per nostro frate focu, per lo qual tu ennallumini la nocte, et è bello e jocundo e robustoso e forte. Laudato sié, signore, per sora madre terra, la quale ne sustenta e ne governa, e produce diversi fructi con fiori et herba. Laudate sie, mi' signore, per quelli che perdonano, e per tuo amor sostengono ti'ibuli e infirmitati, beati tuti quelli ke '1 sosteranno in pace, ka da te, altissimo, saranno incoronati. Laudato si' per nostra sora morte corporale, da la quale nullo homo vivente po' skappare, guai a queli ke more in peccato mortale; beati quei che trovano tue sante volontate ka la morte secunda non li farà male. Laudate e benedicete, mi' signore, rengratiate e serviateli con grande humilitate.
   (1) Cf. Affò, op. cit., pagg. 66, segg.; e specialmente pagg. 33, 89, 90.
   (2) Cf. Tiraboschi, Stor. d. lett. ital., IV, 2, pag. 523.
   (3) Cf. Lancetti, Poeti laureati, pag. 82-86. Ecco questi versi, i quali, se autentici, sarebbero il più antico monumento della nostra lingua:
   Tu es ilio valente Imperatore
   Qui porte ad Esculan gloria et triunpho,
   Renove tu, sennor, illu splendore
   Qui come tanti sole. . . .
   Multi rege in ista a nui venenti
   Civitate . . , prima de Piceno.
   Fr. Tommaso da Celano dice di questo Pacifico ch'egli era chiamato : « Rex versuum , co quod princeps foret lascivia cantantiuin, et inventar saecularium cantionum. » Lancetti op. cit.