CAPITOLO IV. — GLI EPISTOLOGRAFI.
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§ 94. Aurelio Simmaco, Paolino, Apollinare Sidonio e Cassiodoro.
Sul finir del quarto secolo fiori Q. Aurelio Simmaco, figlio di L. Aurelio Aviano Simmaco. Ricevette un'accurata educazione, e già nell'anno 360 ora un fanciullo molto promettente (1), cosicché doveva esser già nato verso il 350 Non può esser morto prima dei 420, giacché in cotal tempo era praefectus urbi (2). Già prima era stato proconsole d'Africa il 373, praefectus urbi nel 384, console nei 391. Avea in moglie una Rusticiana, figlia di Orflto (praef. urb. negli a. 355-359); e n'ebbe una figlia, maritata poi a Nicomaco Flaviano, ed un figlio che, ancor vivo lui, ottenne la questura e !a pretara urbana, e sposò la nipote del vecchio Nicomaco Flaviano. Abitava a Roma sul monte Celio, ma aveva ancora molti prossedimenti, a Formia, a Cora, nell'agro Laurentino, nel suburbio di Roma, ed anche in Sicilia ed in Africa. Molto però aveva a lamentarsi, come Frontone, della sua salate, particolarmente per la podagra e la chiragra che lo molestavano. Fra poi uomo di molto animo, e zelante elei pubblico bene. Era pagano tenace, ed avversava vivamente il cristianesimo.
Delle sue prove oratorie, quasi tutte perdute per noi, ond'egli andò tanto celebrato, si è già fatto ceuno altrove. Ci restano le sue lettere, distribuite in libri dieci, di cui l'ultimo non è già, come gli altri, composto di lettere private di lui a questo e a quello, bensì contiene un intiero carteggio tra lui, e Teodosio ed Ar-cadio, circa a/fari ufficia . Anche per questa irregolarità del libro decimo, come per il congegno e pel numero complessivo de'libri, si comprende che la raccolta di Simmaco, messa assieme a quanto pare dopo la sua morte dal figlio (3), ha avuto a modello la raccolta pliniana. Benché uomo altolocato fosse lui e fossero pure quegli ai quali egli scrive, tuttavia poche notizie e ragguagli interessanti c'è da ricavare dal suo Epistolario. Vi abbondano le lettere di raccomandazione e d'altri sogggetti ovvii ed usuali. Il presentimento che le sue lettere sarebbero andate a finire in mano al pubblicò egli l'aveva, quantunque mostrasse di esitare, e di temere una tale pubblicità. Scriveva infatti ad Elpidio (4): » quod epistulas meas condis, amo-ris est tui, qui descrioenda nescit eligere .... nimis vereor ne ista simjdicifas incidat in lectorem alterum, tibi disparem: quare velim tibi habeas qure incogitata proferimUs ; licet eadem mei quoque librarii servare dicantur ».
Ci restano lettere cinquantuno di Meropio Ponzio Anicìo Paolino, di Bordeaux, morto il 431 vescovo a Nola. Scolaro di Ausonio, e marito della ricca e pia Therasia, ebbe dall'uno la classica coltura, dall'altra ebbe l'incentivo alla pietà, ed insieme la materia di esercitarla, giacché fatto ricco da lei, entrò in volontaria povertà dando tutto ai poveri (5). Ci restano ancora di lui trentasei poesie, anteriori e posteriori alla sua adesione al cristianesimo, ed alcune poi meliche all'ora? ana, specialmente di metro saffico ed epodico.
L'altro ancor più cospicuo epistolografo fu C. Sollio Apollinare Sidonio, di nobile famiglia lugdunese. Nato verso il 430, o giù di lì, fu nel 472 vescovo di C'er mont (Arverni), e morì verso il 487.
Era genero di Avito, ed aveva illustri e cospicue relazioni. Dapprima scriveva parecchie lettele proprio d'occasione, o di raccomandazione o d'augurio o d'affari e via 'ia; ma dopo continuò a coltivare l'epistolografia con una premeditata cura, per l'intenzione che gli venne di dar fuori una raccolta a uso di quelle di Plinio e di S mmaco, venendo cosi anche ad appagare il desiderio di molti amici che volevano essere celebrati nelle sue lettere. E pubblicò difatti a poco a poco una raccolta in nove lini con dedica a Sostanzio, e composta di cenquarantasette lettere. Dice di aver serbata una forma semplice e alla buona: » nos opuscula sermone edi-dimus arido, exili, certe maxima ex parte vulgato » (6). Ma dice cosi per dire, chè le sue lettere sono in verità tutt'altro, ed egli stesso altrove confessa quanto artificio v' aveva posto, dicendo: » ita raens patet in libro veluti vultus in speculo; dictavi emm quaepiam hortando, laudando plurima, aliqua suadendo, maerendo
Tamagni e D Ovidio. Letteratura Romana.
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