476 LIBRO SECONDO. — PARTE II. — RACCONTO. I PROSATORI.
benché in certi punti molto se ne servisse, pur non fece tutto il debito conto, limitandosi a chiamarlo freddamente « haud spernendus auctor » (XXX, 45). Dove gli scrittori anteriori son concordi nel riferire qualche avvenimento, egli non vi esercita su nessuna cutica, ammenoché non sia in esso troppa inverisiiniglianza intrinseca. Dove i suoi fonti discordano, egli o lascia indeciso quale abbia ragione, o s'attiene alla maggioranza, o al testimone più antico, o a quel che asserisca ciò che più lusinghi l'amor nazionale, o a chi presenti la cosa sotto un aspetto più poetico, ovvero più mite, e soltanto qualche volta preferisce l'asserzione più intrinsecamente verisimile.
Ma il gran merito di Livio è nella vivace pittura dei caratteri, e nella espressione degli affetti, e nel suo fare drammatico. Meglio di tutti ha rilevato cotesta letteraria e artistica tendenza di Livio il Sig. Taìne in uno studio (5), ove assunse a motto « in liistoria orator ».
(1) Liv, IV, 20, 7; e meglio Tacito, Ann. IV, 34. « T. Livius... Cn. Pompeiana tantìs lau-dibus tulit ut Pompeianum eum Augustus appellaret ; neque id amicitus eorum offecit. Scipionem, Afranium, hunc ipsum Cassium, hunc Brutum nusquam latrones et parricidas, quae nunc vocabula imponuntur, saepo ut insignes viros nominat ».
(2) Plinio, Epist. II, 3, 8, dice: «Numquamne legisti Gaditanum quemdam Ti Livi nomine gloriaque commotum ad visendum eum ab ultimo terraruin orbe ven'sse, statimque ut viderat abisse ?» — E lo stesso, con espressioni ancor più vivaci, dice S. Girolamo (Epist L1II ad Paulin. § 1).
(3) Sen. Ep. 100. 9.
(4; Quint. X, lJ 39; II. 5, 20; Vili, 2, 18.
(5) Essai sur T. Live, Paris 1856, 348 pp. Ne da conto il Vannucci nei suoi « Studi storici e morali ecc. ecc. ».
Bibliografia.
a) Manoscritti.
Per la prima decade c'è un trenta manoscritti, di cui il più antico è il palimpsesto della capitolare di Verona (libro 3-6), ed il fondamentale, per la critica del testo, è il Mediceo del s. XI. Per la terza decade si ha il t uteano del s. Vili, e qualche altro. Per la quarta si è il perduto il codice fondamentale di Magonza, e si ha per piccola parte il codice di Bamberga. Quei che della quinta decade abbiamo, ha fondamento sul. codice viennese del s. VI.
b) Edizioni.
L'edizione principe è la romana del 1469. Noteremo quella del Gronovio (Leyuen 1645; e con note 1665, e Amsterdam 1679, e Basilea 1740) ; e quella in usum Delphini, cc supplementi di Freinshemio (Parigi 1697); e quella di Drackenborch (Amsterdam, 1738-46; Stuttgart, 1820-28). Importante per la critica del testo è 1' edizione dell'Alschefski (Berlino 1841-46), e di Weissenborn (Lipsia, Teubner, 1850, e 1860), e per il commento addirittura preziosa è quella di Weissenborn (Berlino, Weidmann; volumi dieci, più volte ristampati).
c)lTraduzioni.
Oltre qualche traduzione trecentistica, è notevole la traduzione deLNardf, e quella poi del professore Mabil. Traduzioni in tedesco vi sono dell'Heusinger ( Braunschweig 1821, 5 voi.). Oertel (Miinchen 1822 e segg., 9 voi.) e Klaiber (Stuttgart, 1820-34, 27 voi ).