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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO I. —, GLI STORICI.
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   Infinito il numero delle edizioni. L'edizion principe èia veneta del 1471. Notevoli sono quelle del Lambino (Parigi, 1569); di Bardili (Stuttgart, 1820; 2 voi.); quella commentata da Nipperdey (Lipsia 1819), al quale moltissimo deve Cornelio ancbe pei suoi Spicilegio, in Corn. Nep. (Lipsia 1850, e Jena 1868), e delle cui latiche assai si è valso per la sua recente edizione critica (Lipsia, 1871 Carlo Halm.
   Scarse e cattive sono le traduzioni italiane di Cornelio, fra le quali noteremo, di questo secolo, quelle di Antonio Saffi (Faenza, 1830) e di Tommaso Azzocchi (Roma, 1831). — Vi sono traduzioni tedesche di Sie'oelis (Stuttgart, HoiTmann, 1856), e di Dehlinger e Stern (Stuttgart, Metzler,'1859).
   § 69. C. Sallustio Grispo.
   A) Vita,
   C. Sallustio Crispo nacque di famiglia plebea l'auno 667 di R. ad Amiterno, città sabina. Della sua prima educazione nulla sapi'amo; se non che, egli stesso, nella seconda lettera a Cesare che va sotto il suo nome , dice (§ 10) che nella adolescenza « haud ferme armis atque equis corpus exercui, sed animum in litterìs agitavi ». A ventisette anni ebbe la questura; quando Milone uccise Clodio, il tribunato; ma nel 704 d. R. fu dai Censori Appio Claudio Fulcro e L. Pisone cancellato dalla lista dei senatori. Egli andò da Cesare nelle GalUe, e poscia lo segui bene spesso, persino in Africa; e da lui ebbe più cariche, da ult mo quella di proconsole di Nu-midia, nuova provincia da Cesare stabilita col nome di Africa nova. Difficilmente tornò a Rema prima del 709 d. R. Dove mise sii ville cospicue, specialmente una sul Quirinale, che si stendeva Gno al Pincio, rimasta dipoi famosa, per la sua sontuosità, e perchè eletta a loro soggiorno da parecchi imperatori. Si ritirò, tanto più dopo la mcrte di Cesare, dalla v a pubblica, ed attese agù studii ed a scrivere opere storiche, sino a che morì nel 720 d. R.
   Sallustio è un di coloro, sulla cui onestà e sul cui valor morale più dubbi: ed accuse si son levate; ed a dir vero, la sua figura non ci è stata tramandata dall'antichità con tratti troppo nobili, nè d'altra parte dagli scritti che di lui ci rimangono si riesce ad attingere , come per altri accade , quella cogn .ione dell' animo dell'autore, che generi una forte convinzion morale oh' egli sia dovuto essere un'anima buona. Chi sa legger tra le righe, non intravvede nulla che ci rassicuri sulla bontà sua, e quasi quasi quei suoi panegiric dell'onestà e della virtù han piuttosto l'aria dell'ostentazione, che dell'espansione spontanea e sincera. Tutto dunque ci induce a credere ch'egli fosse tutt' altro che un uomo perfetto, o, se occorre, proprio un poco di buono. Ma da questo al credere senz'altro tutto ciò che contro lui per una via o per l'altra è arrivato sino a noi, ci coire. Troppo spesso, anche dai migliori, si dimentica, come anche coloro che son morti da un pezzo abbiano il diritto di non essere, non dico calunniati, ma neanche accusati con troppa più sicurezza che noi consentano le prove di fatto. Una, per esem] o, delle cose più scandalose che soglionsi riferire, con convinta sicurezza e con eloquente indoliamone, circa Sallustio, la è quella che si rileva da Gellio, il quale (1) dice «M. Varrò... in libro quem [in]-scripsit «< Pius aut de pace » C. Sallustium, scriptorem serise illius et severse ora-tionis, in cujus historia notiones censorias fieri atque exerceri videmus, in adulterio deprehensum ab Annio Milone, loris bene cajsum dicit, et, cum dedisset pecuniam, dimissum » Se non che, lasciando anche stare che, mancandoci l'opera e il passo originale di Varrone, non si può esser certi che egli abbi i proprio raccontato il brutto pettegolezzo in quei termini così sicuri con cui ce le ha trasmesso Gellio; ei si può'domandare, se è giusto darsi a credere ini tutto ad una sempl .e d jena; chè, stante la natura stessa del fatto, qui non si tratta d'altro che d'una dicer'a, la quale può bensì essere stata veridica, ma può anche essersi generata per lievi e fallaci indizii, e aver p^eso consistenza per ciò, che la fiera inixnicizia che Sallustio avea con Milone rendeva facilmente credibile ogni sfregio che si dicesse «ssersi eglino fatto tra Tamagni e D'Ovidio. Letteratura B.omana. 60