capitolo vili. — i favolisti.
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Dei resto, il suo stile è elegante e conciso, e la lingua pura, benché qua e là tradisca l'età, ormai non più aurea, a cui 1' autore appartiene. La quale altresì si appalesa facilmente in quel certo abuso di maniere astratte, che nell' età aurea non avea lucgo; e che, ad esempio, si ha in un verso (12.°) de'la favola 13.a del 1. I., ove è detto: « ingemu.it corvi deceptus stupor ». Il verso ch'egli adotta è il sena-rio , forse per iniiuenza di Publilio Siro (9), col quale, come pure co' poeti anteriori a Catullo, s'accorda nell'uso d'accogliere lo spondeo nella seconda e nella quarta sede; riuscendo d'altro lato rigoroso osservatore d'ogni altra legge me-trica(lO).
È notevole però, come quasi nessun antico si degni di far menzione di Fedro. Seneca pare proprio lo ignorasse del tutto, giacché parlando delle « fabellas... et Aesopeos logos », vi aggiunge: « intemptatura romanis mgeniis opus » (11). Quintiliano almeno parlaci favole esopiane versificate; però il nome Fedro neppur egli l'accenna (12). Marcale ben lo rammenta, ma con poca buona grazia, dicendo nientemeno che « an aemulatur improbi jocos Fnajedri » (13). Aviano poi, toccando delle versificazioni delle favole esopiane, dice « quas graecis iambis Babrius repetens in duo volmina coartavit; Phaedrus etiam pariem aliquam quinque in libellos re-solvit » (14).
E l'essere cotesti cinque libri, in cui. al dir di Aviano, Fedro stemperò una parte della raccolta esopiana, composti oggi di un numero assai diseguale di favole; il mancarvi una qualche favola dove gli alberi avessero a parlare, pronunciata nel prologo del libro primo; l'esservi qualche lacuna (IY, 13 é seg.); e soprattutto l'appendice, di cui ora faremo cenno, dànno a divedere che la raccolta che attualmente abbiamo non è compieta. Quanto all' appendice, essa consta di 32 favole che nel mezzo del secolo XV Nicolò Perotti, vescovo di Manfredonia, trascrisse da un manoscritto più completo che non sieno il cod. Pitlioeanus (del s. X.) e il cod. Remensis (del s. X, ma bruciato il 1774), i quali souo per noi i principali fonti dell'altre favole. Il Perotti vi uni altre favole di Esopo e di Aviano, e, com' egli stesso avverte, vi interpolò de' versi suoi; giacché dice nel Prologo ad Pyrrhum Nepotem:
Non sunt hi mei, quos putas, versiculi, Sed b.esopi sunt, Avieni ed Phaedri: Quos coilegi, ut essent, Pyrrhe, utiles tibi Tunque causa legeret posteiitas, Quas edidissent viri docti fabulas. llonori et meritis dicavi illos tuis, Saepe versiculos interponens meos, Quasdam tuis quasi insidias auribus, Solet quippe juvare ista varietas.
Si sono alcuni eruditi indotti a credere che fosse invece tutta roba del Perotti la raccolta di cui è questione; ma l'Orelli ed altri con lui han finito per persuadersi come in fondo nulla abbiano quelle favole da esser tenute differenti da quelle di Fedro, e le agg ungono quindi come un sesto libro ai cinque soliti.
(1) Vedi Prolog, al III libro, vs. 17: « ego, quem Pìerìo mater enixa est jugo ».
(2) La sua precoce venuta in Italia ed iniziazione alla letteratura romana è provata dal 1. Ili, epil., va. 33 sgg.: « ego quondam legi quam pi>,er sententiam » e cita dopo una frase di Ennio.
(3) V. lib. Ili, Prol.:
Quod si accusator alius Seiano foret, Si tostis alius, iudex alius dcnique, Dignum faterer esse me tantis malis