460 libro secondo. —¦ parte i. — i poeti.
B. Ausonio.
I mss. più antichi sono il Vossiano del s. IX, e il Saugallese che porta segnato l'anno 867, che forse però indicherà l'anno del codice da cui il Sang. ò copiato. Di rado i codici contengono compiuta raccolta delle opere d'Ausonio, spesso invece uniscono alle sue le poesie d'altri.
L'edizione principe è la veneziana dei 1472. Notiamo poi la milanese del 1400, la parmigiana di T. Ugoleto del 1499, l'Aldina dell'Avanzo del 1517; quella curata da Vineto (Bordeaux 1590); da Purmann (Antverpen 1568); da Gius,Scaligero (Leyden 1575 e Heidelberg 1538) ; da Tollio (Amsterdam (1669) ; da Souchay (in us. Delphini, Parigi 1730); trad. nouvelle (col testo) par E. F. Corpet; Paris, Panclcoucke 1843, 2 voi. in -8°.
CAPITOLO Vili. 1Z f iatf V iOTclj'fe T I
§ 61. Fedro.
Le poche notizie che si hanno sulla vita di Fedro son ricavate dalle sue opere. Fu greco di Macedonia (1); di dove presto venne a Roma e s'applicò agli studii (2). Nato di condizione servile, fu reso libero da Augusto. Dopo che i due primi libri delle sue favole furono sotto Tiberio diventati notorii, fu da Sejano, favorito dell'imperatore, accusato e perseguitato in un giudizio, ove Sejano istesso pare facesse insieme da accusatore, da testimone e da giudice (3). E pare che cagione di tutto ciò fossero le allusioni fatte a Tiberio e Sejano. Ma qual fu l'esito di tal giudizio1? E come, avendo offeso Tiberio e Sejano, potè uscirne illeso, o quasi, in un'età in cui i più illustri cittadini erano spesso per meri sospetti o capricci condannati a morte? Chi può rispondere a tutto ciò? — Certo è che seguitò- a scriver favole, vivendo assai.sottilmente (4). Egli aveva un amore ardertissimo 3ella gloria, sicché spesse si vanta e svergogna l'invidia che lo vorrebbe deprimere (5), e una volta dice che affronterebbe la morte di Socrate pur d'averne la gloria (6), e spesso rileva quanto egli abbia aggiunto a Etiope, benché se gli dichiari di molto debitore (7). E certamente, aUe favole esopiane altre ne aggiunse di suo, e specialmente vi mescolò aneddoti contemporanei o di fresca data. Se non che, egli non aveva l'istinto naturale dell' apologo, bensì lo coltivò per elezione di letterato desideroso di farsi nome, cosicché nelle sue favole la cognizione sxura dei costumi e de'caratteri degli animali non k i è, e spesso ad un animale è data a rappresentare tal parie che meglio s'addirebbe ad un altro, e spesso ancora l'animale non è tale se non per il nome, e in realtà è un uomo addirittura , o più ancora un filosofo ; il che toglie ogni naturalezza all'apologo. Cosi, per esempio, il mulo carico di danaro incede baldanzoso a testa alta e scuotendo la campanella, mentre il mulo carico d'orze lo segue umile e dimesso (8). Ora qui il sentimento è troppo caratteristicamente umano, e l'intento allegorico ha con tanta violenza conformato a sè il senso letterale, da toghere a questo ogni attrattiva ed importanza propria. La morale della favola, l'E^uuStov, in luogo di parere che nasca spontanea dal fatto animalesco, appare come piantata fin dal pr'ncipio dal poeta, e si vede che questi va accattando delle rappresentazioni sensibili animalesche, in cui alla meglio tradurre via via le varie frasi di tutto il suo concetto etico.