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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   capìtolo v. — i poeti lirici ed elegiaci.
   451
   § 55. Lirici minori.
   Accanto ai due grandi lirici Catullo ed Orazio non mancarono altri poeti di minore importanza, dei quali nulla ci è pervenuto. L'oratore Ortensio, ed Elvio Cinna, e Memmio (forse l'amico di Lucrezio) (1), Tito Settimio, C. Valgio Rufo, e C. Licinio Calvo, e gii altri amici di Catullo Fabullo e Cecilio, e Levio (Laevius), e il grammatico Valerlo Catone, e il giambografo Basso menzionato da Ovidio, e poi Cesio Basso che, corno il vecchio Plinio, lasciò la vita all'eruzione del Vesui o, e Settimio Severo, forse contemporaneo di Terenziano Mauro, furono tutti l?Mci di più o meno riputazione, ora affatto dimenticati, almeno in quanto poeti.
   E tra i lirici dei tempi posteriori è da mentovare Papinio Stazio, per alcune delle sue Selve. Nulla ci è rimasto di Arrunzio Sfella a cui Stazio dedicò il primo libro dello Selve, e por cui fece un epitalamio (Selve 1, 2), ove son molte allusioni alle poesie di lui; del quale Marziale stosso non manca di fare onorevole menzione, dicendolo cliserlus et facundus. Di un Pompeo Saturnino fa lodevole cenno Plinio (2); il quale molti elogi tributa e al carattere e alle poesie greche e latine di Vesirizio Spurinna (3), a cui non possono certamente attribuirsi le quattro odi che primo ne pubblicò C. Barth (4) e che sono evidentemente opera di tempi assai posteriori. Plinio rammenta anche Paolo Pavsieno, elle par fosse imitatore di Orazio (5) e Q. Scevola (0) e Calpurnio Pisone. Terenz.ano Mauro rammenta Alfio Avito, di cui si hanno certi versi dei suoi libri excellentium, versi relativi al pedagogo che menava per tradimento a Camillo la gioventù fausca. Marziale nomina Sabello e Museo (7). Sotto Trajano e Adriano visse Tito Anniano, amico di Gellio, il quale deve avere scritto dei versi fescennini assa liberi (8). Vopisco ci dice di un altro giambografo, Aurelio Apollinare, vissuto sotto Numenano.
   Nel terzo volume dei suoi Poetre latini minores ha il Wernsdorf raccolte poesie di varii lirici dei tempi posteriori, come Celio Firmìano Simposio, Rufino, Palladio, Pentadio, etc. Sono anche da menzionare le liriche introdotte da Boezio nella sua opera « de Consolatone philosophise ». Tra le poesie, scoperte dal Niebhur a S. Gallo, di Flavio Mertìbaude, della prima metà del secolo V d. C,, trovasi anche un Genethliacum (9).
   Incerta è l'età e l'autore a cui si debba la poesia, che si trovò nel codex Salma-sianus del secolo VII, e nel Pithoeanus o Thuaneus del secolo IX o X, intitolata Per-vigilium Veneris', inno composto per essere cantato la vigilia della festa di Venere, concepita come l'onnipossente forza dell'un'verso e la tutrice della romana potenza. Il poeta canta la primavera, e mostra subire un notevole influsso dalla poesia di Lucrezio, di Virgilio, d'Ovidio e d'Orazio. Sono in tutto novantatrè ben sonanti tetrametri trocaici catalettici.
   La poesia fu attribuita a Catullo, trovandosi essa in un codice delle costui poesie con la intitolazione de vere; ma è impossibile riportarla a tale età, tanto meno a tal poeta. Gli eruditi si sono industriati di ripescarne l'autor vero, echi l'ha attribuita allo storico L. Anneo Floro, chi a un poeta P. Annio Fioro de' tempi d'Adriano, chi a una Vibia Chelidon, moglie di Lucio Vibio Floro (verso la metà del III secolo). Pare ad ogni modo che la si debba riferire al secolo terzo (10).
   Una specie di poesia che ebne in Roma abbastanza cultori fu quella degli epitalami!. La differenza tra il canto imeneo (canto d'accompagnamento della sposa alla casa del marito) e l'epitalamio (cantato avanti la porta della stanza nuziale) fondata in Grecia sul costume e sul rituale stesso della festa di nozze, ebbe naturalmente a sparire allorquando quella specie di poesia fu importata in P.oma per semplice imitazione letteraria, ed il canto nuziale null'altro in fondo venne ad essere che l'omaggio personale del poeta agli sposi, nonostante che un tale omaggio fosse alla greca significato colla finzione di un alternato coro di giovani e di fanciulle. Maestro dell'epitalamio fu Catullo, seguito ancora da Licinio Calvo e da un Ticida, dei quali due del resto nient'altro che insigr Acanti frammenti sonoci riinasti. Oltre poi l'epitalamio che ci dà la Càsina di Plauto e la Medea di Seneca; l'imitazione di un antico