332 LIBRO SECONDO. — PARTE I. — I POETI.
zato per dolersi che al suo scr'vere molle e delicato non andasse congiunta anche la forza, picchè potesse pareggiare la virtù comica dei Greci.
Tu quoque, tu in summis o dimidiate Menander, Poneris et merito, puri sermonis amator. Lcnibus atque utinam seriptis adjuncta foret vis, Comica ut acquato virtus pollerei ìionore Cum Graecis, ncque in hac despectus parte jaceres. Unum hoc maceror et doleo tibi déèsse Terenti.
Se non che di questa temperanza, che si rivela sopratutto nella dipintura e condotta dei caratter : nou falsi, non esagerati, ma retti ed uguali dal principio alla fine, lo lodarono grandemente Cicerone e Yarrone; ed essa era frutto prima del suo ingegno, poi della conversazione con Lelio, Scipione e gli litri patr zìi di quello stampo. Quindi egli non ha la vivacità, la freschezza, il vigore, ma neanche le trivialità e le laidezze di Plauto; perchè i moti dell'animo ed i trascorsi dello stile sa coi ¦ tenere e correggere col freno dell'arte. Nella quale soltanto, a giudizio dei contemporanei d'Oazio, vinceva tutti i poeti comic
Gli argomenti delle eomedie ed i nom de personaggi variano mediocremente Neil'Andria, per es., nell'£wmtco, nel Punitor di sè stesso, nel Formione abbiamo sempre gli amori d'un giovane con una schiava, che riconosciuta libera diventa sua sposa. Ed anche la Suocera finisce con un riconoscimento. Nei Fratelli l'innamorata se non è una schiava, è però una femminuccia d'umile condizione. I nomi sono per lo più foggiati a significare la parte del personaggio;* onde gli innamorati si chiamano : Charinus, Chaerea, Pamplìilus, le innamorate Pamphila, Philumena, Gly-cerium, gli schiavi Creta, Syrus, Davus e s;mìi .
AJ agevolare lo svolgimento del drama Terenzio si giova spesso dei perso* naggi p rotatici: comesi vale anche spesso (in tre eomedie sopra le sei) della contaminazione, sia per allungare sia per rendere con scene o personaggi nuovi più attraente l'azione. Nel che per avventura diè segno di poca originalità: e i detrattori furon pronti a bia-.mario, quasi non sapesse far nulla di suo e derubasse malamente i capolavori della Grecia ; ma rivelò ancora un' arte squisita intessendo il nuovo al vecchio, senza che ne i i manesse traccia o ne fosse n alcun modo turnato l'andamento della favola.
Quintiliano lodò gli scritti di Terenzio c molta eleganza, ma soggiunse che, nel suo parere, avrebbero consegui.to maggior grazia, se il poeta si fosse accontentato dei versi trimeti . E con questo volle dire, che Terenzio non fu ugualmente felice nel trattare quel genere c metri, che s'usano nelle cantate ed anche nel dialogo delle scene più gravi e commoventi.
C) bibliookakia e critica.
a) Codici.
Molti sono i manoscritti di Terenzio e si dividono in due classi, secondochè precedono o succedono alla revisione del Calliopio. In quella tiene il pr'iuo posto il codice detto Bembino, perchè già di Pietro Bembo: esso è il più vecchio, del quinto o fors'anche del quarto secolo ed il migliore di tutti. Angelo Poliziano vi scrisse di sua mano : « Ego An • gelus Politianu. homo vetustatis minime incuriosus. nullum aeque me vidisse ad hunc diom codicem vetustiorem fateor. » Passò poi nelle mani di Fulvio Orsini, che morendo lo lasciò alla Biblioteca Vaticana. Gli s'accostano forse, a giudizio di F. Ritschl, il codice Vittoriano ed il codice Decurtato del Faerno. Alla seconda appartengono i codic: Basii ¦ cano, Vaticano, Ambrosiano scritti intorno al nono secolo, e tutti sottoscritti Calhìpius recensui.