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libro i'rimo.
lotta — ardua quanto gloriosa — che dovettero sostenere per dare alla povera lingua latina tutta la flessibilità e le dovizie della lingua greca, posero singolare studio a tradurre in latino i vocaboli greci con vocaboli comecliessia affini o con giri di parole.
Valendosi delle attinenze logiche e delle figure retoriche scambiarono i concetti generici cogli specifici, gli astratti coi concreti, gli assoluti coi relativi, ed espressero a vicenda questi col nome di quelli. Poi quando 1 sostantivi nè anche con questi scambii bastavano, ricorsero agli aggettivi ed ai participii cui diedero valore di sostantivi, nè trascurarono, quando uopo fosse, di sciogliere il concetto in un giudizio, il nome astratto o concreto in una proposizione (1). Chè anzi, per quella tendenza che aveo.no a dir
(1) Fu detto spesse volte e da molti clic la lingua latina non è forse da natura adatta ad esprimere le idee astratte; nè, se fosse vero, ce ne dovremmo meravigliare, perocché anche in questo ella ritrarrebbe l'ingegno pratico e punto speculativo de' Romani. E di tale, difetto si lagnarono i Romani stessi prima e dopo di Cicerone. Sono noli i luoghi di Lucrezio (I, 139. 832, III, 200X dove si duole della povertà del sermon patrio, e un secolo più tardi Seneca, scrivendo a Lucilio, dannava ancora queste medesime angustie, le quali non gli permettevano di rendere tal quale in latino il tò ov de' Greci. Chè a dire quod est non parevagli di significare la medesima cosa, correndoci tra il verbo ed il nome una grande differenza. « Damnabis angustias romanas, si scieris unam syllabam esse, quam mutare non possum. Quae sii hacc quacris? to ov. Duri tibi vidsor ingcnii: in medio positum, posse sic transferri, ut dicam quod est, sed multum interesse video: cogor verbum prò vocabulo ponere. » (Epist. 158)
Se non che il biasimo, che in parte è vero, prova una cosa soia, cioè che pochi ebbero il volere e la possa di cimentare le naturali attitudini della lingua latina, di estenderle e di rafforzarle tanto che bastassero ad esprimere anche i più alti concetti della sapienza greca. « Patitur, fa dir Cicerone a Crasso nel De Oratore (III, 2't), et lingua nostra, et natura rerum, veterem illam excel-lentcmque prudentiam graecoruin ad nostrum usum niorcniquc transferri ; sed hominibus opus est eruditis, qui adhuc in hoc quidem genere nostri nulli fuerunt; sin quando extiterint etiam graecis erunt anteponendi. « E voleva parlar di sè stesso, il quale fu davvero il primo che in prosa latina osasse trattare con ordine, con eleganza e con logico rigore d'arte, di letteratura e di filosofia, senza che inai ne andasse offesa la chiarezza o la nativa purità della lingua.
Ed a ciò fare si valse innanzi tutto de' vocaboli proprii che la lingua gli suggeriva, scrivendo, per modo d'esempio, sapientia, sapientes in luogo di philosophia e philosophi (quantunque anche di questi due nomi, oramai diventati latini, usi assai largamente), caterva, individuimi, qua-litas per chorus, à'vov.oS, jroio'rvj?, irrisio o dissimulano invece di mpu-nia.. Che se una sola parola non bastava ne congi-ungcva parecchie, compiendo o determinando coll'una il senso delle altre, onde chiamò naturae ratio la fisiologia speculutor venalorque naturaci] fisico, consilium imperulorium
10 stratagemma, judicandi et assentiencli nota il criterio, decreta philosophorum i donimi, ratio, via, o via et ratio il metodo, disserendi elegantia il rigor logico, ambitus, circuitus, or bis ver-borum il periodo; e inehgaaler dividere disse il fare una divisione illogica, e ratio la teoria, sxercitatio la praliea, e consilium capesscndae reipublicae il suo sistema politico, e Vesperienza politica magnus usus tractandae reipublicae. Poi si provò a formarne di nuovi e proprii ad imitazione de' Greci, e tradusse unsipl?. con iufin'dio, Y.xzòp9uy.x con recta effuctio, ma non durarono; e la §\jvct[iii chiamò palibilis natura, e Vo-Jvix essentia. I'er ultimo quando r 6 con soli Sostantivi proprii, nè con sostantivi congiunti ad altri sostantivi, aggettivi o verbi, nò con parole nuove sentì di poter bastare a dir tutto quello che mano mano raccoglieva dagli scrittori grec', si valse largamente di quella figura retorica, che indegna ad applicare alle cose che non hanno nome
11 nome ph vicino. « Rebus non liabeutibus suum nomen accomodumus quod in proximo est, Quint,. 8, 8, 54. » Figura assai comune, e clic ben usata aprì una nuova ed insperata sorgente di bellissime voci agli scrittori latini. 11 Dizionario della lingua non s'arricchì per essa di un solo Vocabolo: se ne avvantaggiò invece lo siile, che gli scrittori vennero ornando di sempre nuoi; e felicissimi costrutti.
Ma nella via aperta da Cicerone entrarono essi tutti gli scrittori che gli succedettero? e quella medesima povertà del latino rispetto al linguaggio filosofico de' Greci, era essa poi tal cosa di cui un romano ed uno scrittore di buon guoto si dovessero veramente dolere? e i Romani non erano