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libro i'rimo.
o la ragione, che con una certa norma dedotta dall'analogia ne governi gli andamenti, ne stabilisca le forme. E bisogna dire che i pericoli di dar la lingua in balia dell'uso paressero ben grandi se Cesare, Cicerone, e nella sostanza anche Yarrone, che vuol dire i più chiari ingegn. di quel tempo, s'accordarono di prescrivere la norma certa e costante dell'analogia, colla quale soltanto si poteva, a loro credere, provare la bontà della lingua, come col fuoco si prova la bontà dell'oro (1),.
Nè d'altro avviso fu veramente Orazio, il quale se da una parte proclamava la sovranità dell'uso, accampava dall'altra il suo proprio diritto, il diritto degli scrittori, degli uomini ingegnosi e dotti come lui, di arricchire con nuovi vocaboli la lingua (2), non diversamente da ciò che prima di lui avevano fatto Ennio e
Protrahere ad gestum pucros infantia linguac, Cum facit ut digito quae siut pi'aesentìa monstrcnl
V. 1054. Postremo, quid in hac mirabile tantopere est re, Si genus hiimanuin, cui vox et lingua vigerct, Pro vario sensu varias res voce notaret? Cum pecudes mutae, cum denique saecia ferarum Dissimilis soleant voces variasque ciere, Cum metus aut dolor est, et cum jam gaudia gliscunt.
V. 1085. Ergo, si varii sensus ammalia cogunt,
Muta tamen cum sint, varias emittore voces, Quanto mortalis magis aequum est tum potuisse Dissimilis alia atque alia res voce notare !
Veramente ci resta ancora da percorrere tutta la disianza che passa tra la voce inarticolata e a parola, tra la prima espressione d'un affetto subitaneo ed un discorso continuato, tra il suono insomma ed il vocabolo, ma il principio e la cagion vera del fatto è trovata. Quel dì che nella lunga storia delta creazione l'uomo, come dice Schleicher, fu diventato uomo, it muto grido dell'1 animale si trasformò in linguaggio. E questo fu naturalmente diverso da nazione a nazione, da paese a paese, perchè gli uomini non ricevono dapertutto la medesima impressione delle cose , e quindi non emettono dal petto ad un modo istesso quella particella d'aria che deve significarle
Ma non erano mancati anche nell'antichità (coinè non mancano adesso) i sostenitori della convenzione e dcW'arbilrìo umano, e quando il quesito dalla speculazione passò nella pratica e si trattò di sapere dietro quali norme i nomi si dovessero declinare, i verbi conjugare, ed i vocaboli in genere comporre o derivare, i grammatici, come già i filosofi, si divisero in due partiti: e g) uni, che riferivano l'origine della lingua alle forze stesse della natura, presero a guida la ragione naturale e non mutabile delle affinila, mentre gli altri, che l'attribuivano ad una convenzione dogli uomini, si rimisero interamente al volubile arbitrio dell'uso. Quindi i naturalisti in filosofia furonoana-logisti in grammatica, ed anonialisti quegli altri, che tenevano essere la lingua un libero trovato nostro da potersi a nostro piacimento mutare. E sul valore medesimo della grammatica si formarono qui idi due contrarie sentenze: di quelli che la dissero un'arte, ossia un sistema di regole, e degli altri a cui parve nulla più che un aggregato di osservazioni. S'ebbero quindi i grammatici empirie ed i grammatici tecnici o teoretici: Dionigi il Traceda una parte, Tolomeo peripatetico dall'altra. (Vec Lersch. Sprachphil. der altea. 1-77 e seguilo.)
(il « Expurgaiulus est sermo et adliibcnda tamquam obrussa ratio, quae mutari non potest, nec utendum pravissima consuetadinis regala. » Queste son le proprie parole d. Cicerone nel Bruto (258), e Quintiliano dice essere la forza dell'analogia (la quale si chiamava anche: aequa-bililus, proportio) questa: ut id quod clubium est, ad alìquid simile, de quo non quaeritur refernt, ut incerta certis probet (I. ti, li).
(2) Nei notissimi versi (li 6-73) dell'Arte poetica