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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   190
   Libro primo.
   .............sanus ab illìs
   Perniciem quuecunque fer-unt> mediocribus et quis Ignoscas vitiis tene or (L).
   Così la generazione, che rideva di gran cuore ai suoi frizzi, avesse potuto accoglierne anche i consigli, ed imitarlo, quando sotto i portici lo vedeva andar tra se ruminando a chiuse labbra, come potesse sciogliersi anche da quegli innocenti peccatuzzi. Le sue satire avrebbero almeno avuto 1' effetto di ricondurre i Romani alla considerazione de'inali che soffrivano, e curandoli della spensieratezza che è la pecca più comune e più dannosa de'popoli stanchi e corrotti, avrebbero forse potuto impedire, che i figli crescendo peggior dei padri, preparassero secoli più tristi alla republica.
   Se non che la storia civile e letteraria di tutti i tempi e di tutti i paesi è 11 per dimostrarci che la satira, come la comedia, ti ritrae più facilmente le brutture o le ridicolezze di un'età di quello che valga ad emendarle; e se vogliamo esser sinceri, segna più spesso nella storia di un popolo i progressi della decadenza, che non i principii del risorgimento. Questo ci viene insegnato chiaramente dalla satira romana, nè diverso esempio ci porge la comedia ateniese, che da Aristofane a Menandro ci fa passare per tutti i periodi del decadimento morale e politico della Grecia. Di solito essa avverte il male quando la guarigione non è piìi possibile ; se pur non si voglia dire che annunzìi inconsapevole uno di que' grandi rivolgimenti, ne' quali le nazioni si rifanno, mutando da cima a fondo credenze, sentimenti e costumi. Ma un tal fatto era ancora molto lontano dai tempi di Augusto, benché i germi ne fossero già deposti negli animi e nelle cose; ed innanzi che accadesse, Roma doveva udirsi rinfacciare da altri poeti vizii ben più gravi e più nefande scelleratezze, doveva veder principi e cittadini ben più cattivi, e tollerare l'estremo della servitù e della vergogna, a cui possa per sua colpa discendere un popolo stato già chiaro, virtuoso e potente.
   Con ciò non si vuol dire che la voce del poeta fosse inutile a tutti; essendoci sempre state, anche in secoli più corrotti che quello di Orazio non fosse, menti capaci d'intenderla ed anim pronti a seguirla: nè poi accadde imi che il vero condito in molli versi andasse interamente perduto, perocché, quando pure non giov: ai presenti, sopravvivendo, come fa, alle stoltezze degli uomini ed ai capricci della fortuna, vien sempre il tempo che illumini la via della vita a genti più saggie o più avventurate. E la satira d'Orazio, ne' suoi sali tanto forbita ed urbana, tanto nelle sue facezie alta e sapiente, tanto schietta, piacevole e conforme ai dettami di natura, è oggi ancora, dopo oltre diciotto secoli di studii e d'esperienza, lo scritto che più aggradevolmente ci conduce a vivere con dignità e con pazienza, liberi da colpe, da illusioni, da paure, da ogni affetto infine, che turbi quel solo bene cui possiamo quaggiù conseguire, eh'è la serena contentezza dell'animo, il sentimento d'una esistenza onorata ed innocente.
   Che se a questi aure', precetti il poeta mescola taholta qualche scherzo indecente, se nel confessare i propini difetti o nel castigare gli altrui mancainenu ti pare che sorrida troppo spesso, quasi accennando che gli uni e gli altri Siano inseparabili dalla umana fragilità, e non metta conto di emendarli, se infine nella dipintura de'vizii più abominevol ti parrà che usi dì colori troppo vivi, ed adoperi paiole e modi che noi non vorremmo tradurre; di queste mende lo scuseranno per una parte i costumi roman a gran pezza diversi dai nostri, e per l'altra il sapersi che l'ironia ne'sommi poeti, come nei grandi pensatori, s'accompagna naturalmente col più schietto amore del bene- Nè quasi fa d'uopo d'osservare, perchè cosa da tatti risaputa, che Orazio non voleva parlare al volgo, nè ai poveri di spirito, ma a quei pochi forti di mente e d'animo che lo potessero comprendere ed imitare.
   (*) Sat. I. 4. 129-30,