182 libro i'rimo.
Alla storia dell'arte più ohe delle lettere appartengono! 10 libri dell 'Architettura, che Vitruvio Pollione dedicò ad Augusto.
Tale fu la prosa in questo secolo : grande ancora la storia la mercè di Tito Livio; l'eloquenza, scemata di libertà e di potere, in via di adattarsi alle meno liete sue sorti, la giurisprudenza aumentata di tutta quell'autorità che le dava il principe, ed il sapersi che le sue risposte potevano fin' anche aver forza di legge : la filosofia studiata da molti, ma da pochissimi professata; la grammatica, l'archeologia e l'erudizione d'ogni genere coltivate invece con molto zelo e da chiarissimi scrittori. Il che vuol dire che ebbero miglior fortuna quei generi che meglio potevano servire ai fini del principe, ovverossia che soddisfacevano ad una mera curiosità letteraria ; buoni a chi li trattava, pericolosi a nessuno. Quantunque anche questi avevano la loro parte di publica opportunità, inquantochè distraevano i cittadini da altri pensieri, e li avvezzavano a poco a poco a riporre il loro affetto in altre cure, che non fossero quelle sole della libertà e della patria. Dunque non sarà dir troppo l'asserire che nel passare dalla republica alla monarchia, nell' adattarsi alio nuove istituzioni la prosa ha dovuto profondamente trasformarsi e cominciare un'età nuova, la quale quanto più progredisce e più si allontana così nella sostanza come nella forma dai grandi modelli dell'età republicana. E se non si vuol ancora sostenere che decada, perchè questa parola suol bene spesso esser torta a peggior sentenza che non abbia chi la pronunzia, si potrà ben dire che ella è incamminata a discendere da quell' altezza, dove 1' avevano portata col favore della libertà Cicerone, Cesare, Sallustio e altri molti; tra i quali può ancora essere annoverato Tito Livio, che è appunto il più grande prosatore del secol nuovo, perchè fu l'ultimo che ritraesse dell' altezza di sensi e della libera facondia di que' grandi scrittori.
Contrariamente a ciò che vediamo accadere della prosa, la storia della poesia entrando in questo nuovo periodo, non che sviarsi, continua e compie regolarmente il suo cammino. Avvezza già dall'origine alla protezione dei grandi, la sua condizione non mutava sostanzialmente perciò che queglino fossero non più magistrati d'una città libera, ma amici e cortigiani di un principe. A Livio Salinatore, a Fulvio Nobiliore, agli Scipioni, a Lelio, a Lucullo, a Memmio, a Manlio succedevano Messala, Asinio Pollione, Mecenate, Augusto, patroni non meno generosi di quegli antichi, ma ben più potenti, perocché per opera loro la poesia che era stata fin lì un semplice ornamento delle nobili case, una onesta distrazione d'uomini occupati nei publici affari, un modo aggradevole di fuggir l'ozio, o tutt'al più la dolce cura di menti solitane, che in essa cercavano un conforto alle noje od ai tormenti della vita, prendeva posto addirittura tra le istituzioni del nuovo regno. Onde i collegi dei poeti (1),
(1) L'istituzione del Collegio o Sodalizio de'poeti risale a Livio Andronico, auanuo in riguardo dell' inno da lui composto per il felice andamento della guerra punica, il quale fu pubicamente cantalo dalle vergini, ai podi ed agli istrioni venne concesso per riunirsi e celebrare i loro rili il tempio di Minerva sull'Aventino. Così Festo p. 535 M. «Cum Livius Andronicus bello punico secundo scri-psisset carmen quod a virginibus est canlatum, quia prosperius respublica populi romani gerì coepta est, publice attributa est ei in Aventino aedis Minervae, in qua liceret scribis histrionibusque consistere ac doca ponere, in honorem Livi, quia ìs et scribebat fabulas et agebat». Dopo d'allora ne troviamo fatta menzione pei tempi di Azzio, del quale Valerio Massimo racconta che, quando entrava nel collegio de'noeti Giulio Cesare Slrabone autore di tragedie, egli non si levava, quantunque fosse uno spettabilissimo personaggio, perchè lo riputava minore di sè. «Poeta Accius.... Julio Cae-sare, amplissimo ac florentiosimo viro in collegium poetaruni venienti nunquam adsurrexit,... quod in comparatone communium sludiorum aliquanto se superiorem esse confiderete. Ed Azzio era poi anche più vecchio di 10 anni del suo collega.
Rcrnhardy non mostra di credere gran fatto a questa novelletta di Valerio Massimo, sia perchè gli dà segno d'una burbanza tanto villana ch'egli non la può attribuire ad Azzio, sia perchè l'uso di levarsi dinnanzi ai superiori correva soltanto nella vita politica.
Comunque sia dell'origine e dell'antichità del sodalizio, che aWri storici ammettono (Mommsen*