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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   LIBRO I'RIMO.
   Ma la gara tra i due scrittori ben più che alle palme, agli annelli d' oro ed ai sesterzii di G. Cesare mirava al primato della scena mimica, che Laherio doveva difendere, e Publilio voleva conquistare. E ne nacquero in una stessa opera come due generi, che presero diversa natura e forma dalla patria, dall'età e dal diverso ingegno degli scrittori. Perocché mentre in Laherio era abbondanza di que' sali acerbi e motti osceni che ricordavano la licenza fescennina e il vecchio umor faceto degli Italiani, li nome di Siro, che seguendo l'indole della sua nazione dovette pur essere giocondo e facile improvvisatore, passò invece caro e rinomato ai posteri pei gravi detti e per quelle morali sentenze, che Seneca giudicò degne non degli scalzi mimi ma del coturno. Laberio uom di lettere, romano e cavaliere si valse della nativa facezia e dell'arte per trafiggere gli avversari, a parecchi de' quali s'era già da tempo reso temuto co' suoi motteggi (1), che correvano la città quasi a principiar col ridicolo quella lotta che si doveva terminare colle armi ; Siro barbaro, liberto e mimo di professione, chiamato a Roma da Cesare per scemare nel popolo con sempre nuovi divertimenti il desiderio della libertà, non recava con sè altri affetti o propositi da quello infuori di rallegrare il publico, e di riceverne il premio dalle mani del suo protettore. Al quale serbò fede finché fu vivo: ma nei mimi che si diedero poco dopo le fatali idi di Marzo dovette secondare l'umor nuovo del popolo, e quella lieve aura di libertà che, morto Cesare, spirò ancora per poco tra le mura di Roma. Quindi ci giova credere che d'altro egli non si curasse che di piacere a' suoi spettatori, ai quali tanto più facilmente tornava gradito, perchè fosse arte, o fosse queir innato senso di rettitudine e di mestizia che non di rado s'accompagna pur cogl' ingegni più giocondi e leggeri, sapeva colla opportunità degli avvertimenti correggere a tempo la petulante lascivia delle sue favolette. Il serio si mesceva opportunamente col riso sulla scena, come pur troppo si mesce sempre nella vita; e l'arguto mimo, mentre col-1' azione giocosa o laida compiaceva al gusto e solleticava i sensi degli spettatori, colle sue brevi sentenze infiggeva a loro nell'animo il ricordo di quelle verità per le quali è sempre aperta la via al cuore anche degli uomini più corrotti (2).
   Rispetto alla forma noi sappiamo di Laberio che fu un audacissimo innovatore di parole, ed Aulo Gellio spende un intero capitolo a discorrere degli arcaismi, dei
   Quo (lieto universitas populi ad soluni Caesarem oculos et ora converlit, notantes ejus potentiam hac dicacitate lapidatam ».
   Ma l1 animo del dittatore, cui non avevano impietosito le eloquenti querele del prologo, senti la puntura dei frizzi, e nel pronunciare il giudizio clic dava la palma all'altro, scherzando sul doppio senso del nome di S>ro, gli disse:
   Favente 'ubi me victixs es, Laberi, a Syro.
   Se non che poi, a consolarlo dell'offesa e della sconfitta, olire ai sesterzii, lo regalò d' un annoilo d' oro, quasi gli volesse con ciò rendere quella dignità di cavaliere da cui per un istante lo avea fatto discendere. Nò qui finiva la comedia: perchè quando Laberio tornato spettatore passò dalla scena a prendere il suo posto tra i cavalieri, questi indegnati lo respinsero, e Cicerone, cui si era accostato nel cercare un sedile, gli disse : Recepissem te nisi anguste sederem. Voleva con ciò l'arguto oratore ferir ad un tempo Cesare che aveva riempito il Senato de'suoi partigiani, ed il cavaliere che s'era per danaro fatto vilipendere. Ma non fu tardo Laberio a rispondergli : Mirum, si anguste sedes, qui sole-s duabus sellis sedere.
   (1) Cicerone ne scrive nel 701 a Trebazio che era al campo con Cesare, ammonendolo di tornar presto a Roma, se non vuol essere fatto segno ai dileggi di Laberio «Recipe te ad nos... Nani... si cito te rettuleris, sermo nullus erit: si diutius frustra abfuer's, non modo Laberium, sed etiam so-dalern nostrum Valerium perlimesco. Mira enim persona induci potest Britannici jure consulti ».
   (2) E questo mimo asiatico, che viene a dar lezioni di morale ai vincitori del mondo, non è egli un caso per lo meno tanto singolare, quanto il capriccio di Cesare che abbassava davanti a lui la dignità di un cavaliere romano? Sì poco rispetto già meritava il secondo ordine dello stato, che Cesare potesse impunemente farlo deridere 'dal publico. e conculcare da uno schiavo?