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LIBRO I'RIMO.
costoro e sì negli altri, che del culto delle muse fecero la principale occupazione della vita, uno solo-era il sentimento che li moveva: l'amor delle lettere por sè medesime, od il bisogno di trovare in esse quelle compiacenze, che invano avevano cercato nel tumulto degli affari o nell' ebbrezza delle voluttà. In un tempo di così profondo scetticismo religioso e politico, quando la scienza avea distrutto gli ultimi resti delle antiche credenze, e 1' esito delle civili discordie atterriva anche i più coraggiosi, il sentimento del bello nella natura e neh' arte era ancora il solo che potesse sostenere gli animi sconfortati, e trasportarli in urìaerc più spirabile, il solo che potesse aprir un campo di nobile gara agli ingegni, e dare agli affetti ribollenti una via di espandersi senza pericolo e senza vergogna. Quindi ne si fa chiara anche una volta la differenza, che disopra notammo, tra la prosa e la poesia (1): quella congiunta intimamente colla politica, in mezzo della quale cresce, prospera e decade; questa, arte di mero diletto, protetta o coltivata dai gentiluomini prima, dai principi dipoi, e che allora sorge al suo massimo splendore, quando ogni altra nobile cura viene per la necessità delle cose a cessare neh' animo de' cittadini. La poesia quando non servì, come la dramatica, ad uno scopo pratico ebbe dunque nella letteratura romana, se mi si passa la frase, una ragióne subiettiva ; fu 1' espressione delle idee e de' sentimenti particolari di chi scriveva, non mai il canto ispirato di un popolo che per la bocca de' suoi poeti celebrasse le glorie, o piangesse sulle sventure della patria.
E in questo vuol anche essere veduta una delle cagioni del lento e diffìcile progredire della lingua nei poeti; i quali erano assai volte costretti di supplire col-1' arte al difetto di un potente motivo di ispirazione. Perocché quando Dio è nello scrittore e tutto lo riscalda, anche il verso esce uguale, splendido, armonioso dallo stile, e la lingua rende in forma limpida e forbita la lucentezza de' pensieri. Ma se la materia non ti accende 1' animo, o tu non sei capace di poetico entusiasmo, lo sforzo durato a vincere le difficoltà della forma si manifesta in ogni parte del tuo discorso. A queste cagioni se n' aggiungevano poi altre dipendenti dalla qualità e dalle condizioni stesse della lingua poetica. La quale come s' era fatta in gran parte per imitazione della greca, da cui in ogni secolo e per ogni nuovo genere di componimenti ebbe da assumere forme, voci o maniere che mancavano all' idioma nativo, non potè ottenere se non per lunghi anni di studio e di lavoro quei pregi, che presentiti da Lucrezio e da Catullo, ci sono nella loro pienezza mostrati soltanto dai poeti del secolo posteriore; perchè a loro primamente riuscì di trasfondere nel latino tutta la copia, la facilità, lo splendore della lingua e dello stile greco. Il linguaggio degli antecessori di Lucrezio, come già si disse, è generalmente duro, impacciato, pesante; ned è senza piacevole maraviglia che nei dialoghi retorici e filosofici di Cicerone ci accade di confrontare gli aspri e faticosi versi di Ennio, di Azzio, di Pacuvio coi periodi della prosa già fluidi tanto e numerosi. E atl appianare quelle asprezze, a render pulita e lucente quella materia ancor si grezza e diversa non era soverchia l'opera di parecchi secoli e di ingegni potentissimi, perocché era mestieri così di imporre una regola certa e costante alle proprie forme della lingua latina (il che nella prosa ara stato fatto da Cesare, da Sallustio e da Cicerone) come di uguagliare e di fondere, sicché più non si potessero distinguere, i disparati elementi di cui il dire poetico s'era venuto componendo. Era necessario che di nessun poeta si potesse più ripetere ciò che scherzando aveva detto di sè Lucilio : eli' egli scriveva 11011 per i dotti ed i gentiluomini di Roma, ma per i volghi moltilingiii di Taranto, di Cosenza e di Sicilia (2).
Delle quali difficoltà se non avessimo altre prove ci basterebbe per tutte quella di Cicerone medesimo, che, perfettissimo oratore, non potè essere che un mediocre poeta. Nè possiamo credere che scrivessero meglio que' moltissimi poeti di cui il nome solo è Ano a noi pervenuto
(1) Vedi pag. 115
(2) Vedi Cicerone De Fin. 1. 3. 7. e De Oratore IL 25.