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libro I'rimo.
rusticitas (1) fossero sinonimi, perchè appunto molte voci e modi de'più antichi scrittori suonavano ancora in bocca de' plebei e de' villani. A un dipresso così come dalle labbra dei montanari di Pistoja noi raccogliamo oggi ancora il bel parlare del Novellino e di Franco Sacchetti. L'antico diventa rustico, perchè i contadini son gli ultimi a sentire l'efficacia di quelle forze che nelle città, dove tutto si move, fanno insieme
vera luce, in bono lumine, direbbe ancora Cicerone, la figura di Plauto, e la parte clie al maggior comico latino spetta nella storia della sua lingua. Nessuno gli potrà mai invidiare la lode d1 avere con lunghe e pazienti indagini, con induzioni bene spesso ardite ma eziandio non rade volte felici e con congetture d'ogni maniera, clic danno segno di una vasta dottrina quanto di una mente agile ed acuta, additata non solo, ma aperta per gran tratto la via che sotto ai rivestimenti delle varie età ci mena a trovare il testo e la vera lingua di Plauto. Confrontando le forme sonravissute qua e là alle alterazioni de'capo-comici, de'graininatici, degli amanuensi e di quanti ne'secoli successivi ebbero occasione o necessità di variare, per maneggiarle più comodamente, la lingua e l'ortografia di quello scrittore, cogli altri monumenti di quel secolo, egli potè rendere alla 'lingua di Plauto un colore d'antichità molto più spiccato che prima non paresse avere, potè presumere d' aver provato ch'essa era in sostanza quella medesima delle private e delle publiche iscrizioni. Il che vuol dire ch'essa era ancora assai meno distante dall'idioma parlato che non fosse, per cagion d'esempio, ventanni dopo la lingua di Terenzio. S' avrà dunque, se i risultati di queste ricerche non sono falsi o vani , nelle comedie plautine il maggiore e più luminoso monumento dell'antico latino, quando da idioma popolare si veniva man mano mutando in lingua letteraria. Esso sarà per conseguenza il più ricco tesoro di voci e forme arcaiche, ed insieme colle iscrizioni la fonie più copiosa di norme e di esempi a chi volesse comporre la grammatica ed il dizionario latino di quel tempo
Or bene un ajuto, com'è questo di Plauto per il primo mezzo secolo della letteratura, s'ha egli istessamenle per gli anni che seguono? s'ha per tutti que'minori periodi ne'quali Ritsclil ha sminuzzata fors'anche troppo la vita della lingua? E le stesse investigazioni che si son fatte e si fanno ogni giorno in questo campo inesauribile son esse tutte egualmente sicure, o non vi abbondano piuttosto i dubbj e le contraddizioni tra coloro stessi che con instancainle lena le proseguono?
Ciò dimostra, se io non m'inganno, che se multo cammino si è fatto, molli ostacoli restano ancora da vincere, e molti pericoli da evitare, prima che s'abbia una chiara, ordinata e sincera storia della lingua latina. E tra i pericoli non sarà l'ultimo quello che per la stessa necessità di simili indagini già ci minaccia: cioè che s'intrudano nei testi, e per essi nel lessico e nella grammatica, scritture , forme e vocaboli meramente congetturali. Nè ad evitarlo sarà mai troppa la longanime pazienza degli studiosi, e la prudente diffidenza de'maestri. Ai quali noi daremo certamente il con-sig'io di leggere, per modo d' esempio, 1' opuscolo già mentovalo dello stesso Ritsclil sul D finale nell'antico latino (vedi pag. 81 nota 8), e di credergli eziandio il più delle volte quando ti fa senti»e la presenza di quel D negli ablativi plautini, non però di accoglierne a chiusi occhi tutte le condì ioni. Perocché se vi sono in quel libretto molte cose, che tutti facilmente crederanno, perchè vengono a confermare sempre più le dottrine dell'illustre autore su Plauto: se è reso per esempio assai probabile, che oltre i tre ablativi del pronome personale med, ted, sed esistano in Plauto altri D finali non solo per altri pronomi, ina anche per nomi e verbi, se è vero che la mancanza del D finale nella odierna scrittura ci spieghi, meglio che altre ragioni artificiose, la frequenza degli iati plautini, se queste ed altrettali induzioni del chiaro filologo possono ai più piacere, ve n' ha altre che dai maestri di grammatica saranno accolte con molta diffidenza, e le vorranno discutere lungamente innanzi di accoglierle nei libri ed insegnarle nelle scuole. Che, per dirne una sola, in quod si, quod nini, quod utinam, numquìd si abbia un antico ablativo, non un accusativo neutro, pochi de' nostri lo vorranno credere così su'due piedi, senza aver prima indagalo se per avventura la troppa diversità della lingua patria non gli sia qui stala cagione di non intendere rettamente il latino. Per noi che diciamo ogni giorno che se, che se non, forse che, mentre traduciamo veri ablativi quo fi t, qui fi t, onde accade, come si fa, la cosa non può quasi esser dulil'ì, e continueremo a pretendere che fino a nuova e più sicura prova quelle forme restino nella grammatica col loro valore di neutri accusativi. Ciò che del resto nulla detrae al merito di questa e delle consimili 'icer-che dell' illustre filologo.
(1) Cic. De Or. Ili 11, 42. « Rustica vox et agrestis quosdam delectat, quo magis antiquitatem, si ita sonet, eorum sermo retinere videatur ».