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LIBRO I'RIMO.
«veruni dum retta extraherentur ; a/iqua.ndo extractis, piscis nultus adfuit, sed «sporta auri obsuta. Tum emptores bolumsuum ojunt, piscatores suum». Se, ripeto, tutte le tesi li retorica latina somigliavano a questa, ben ebbe ragione L. Crasso di volere clie fossero chiuse od almeno non frequentate dalla miglior parte della gioventù romana tali scuole di impudenza. Però giova dire che tra coloro i quali aspiravano a conseguire bella fama di oratori, e finché (come in questo e noli' ultimo secolo della republica) l'eloquenza fu arte principalissima di governo, si aveva dell'educazione ed istruzione retorica un ben più alto concetto, perchè anche a più alta meta si drizzavano gli affetti e le speranze degli studiosi. Il concetto dell'oratore, quale è uscito dalla tradizione e dalla quotidiana pratica del Sonato, delle concioni e del foro assai più che dalle scuole, e quale l'intendevano i Romani colti ma non corrotti di quo' tempi, ci fu descritto da Cicerone in più luoghi delle sue opere, ma in nessuna con tanta ampiezza e verità come appunto ne' tre libri del dialogo che si intitola: Bell' Oratore. Cicerone ripete in sostanza la vecchia definizione di Catone, che chiamava l'oratore: un uomo buono, che sa parlare (t) ; ma oltre di svilupparla con quell'arte ch'egli solo possedeva, la compie dov'è manchevole, e la dimostra con quella somma di convinzioni e di cognizioni che egli solo aveva potuto raccogliere da una scienza e da una esperienza, che la più vasta non ebbe nessuno. L1 uomo buono che sa parlare vive ancora e splende di tutta la sua semplice bellezza in fondo all'ideale di Cicerone; ma di quella bontà ben più vasto è il senso, come più lunghe ed ardue lo vie di conseguirla, e del saper parlare le condizioni e le qualità sono allargate cosi da abbracciare pressoché tutto ciò che può capire in intelletto umano.
Credete a me, sclama nel terzo libro di quel dialogo, e deridete e disprezzate coloro 1 quali pensano di possedere tutta l'arte e l'eccellenza degli oratori, perchè hanno imparato e ti sanno forse ripetere i precetti di costoro, che ora si dicono retori; mentre, i meschini, non sanno ancora che parte vogliano rappresentare, nè qual vocazione seguire. Il vero oratore deve della vita umana — poiché in essa si move, e (lessa è la propria materia del suo dire — aver ricercata, interrogata, letta, disputata, trattata, agitata ogni parte. Perocché l'eloquenza una è delle somme virtù, come quella che, dopo acquistata la scienza di tutte le cose, significa i sentimenti ed i pensieri per mezzo delle parole, in guisa che gli animi degli ascoltatori si movano ogni volta por quella via dove ella li ha voluti spingere; ed appunto per essere una energia così potente, tanto più abbisogna ch'ella sia sempre accompagnata con un'alta onestà ed una somma prudenza, essendo che se noi dessimo una tale potenza di persuadere a chi fosse sprovveduto di ogni altra virtù, non ne faremmo già degli oratori, ma porremmo, come a dire, le armi in mano a do' forsennati. Dunque per divenir oratori si vuol essere innanzi tutto uomini onesti, poi colti in ogni maniera di dottrine, e lungamente esercitati. Perciò era precetto dell'alta o sincera scuola latina durato fino a Quintiliano, elio la filosofia, la quale ci insegna il vero ed il buono, e l'eloquenza che ti dà modo di significarlo fossero una medesima scienza, quella anzi parte di questa, e ebe entrambe decadessero quel giorno che cominciarono a separarsi (2). Nel che come Romani e come oratori ave-
(1) Vir bonus dicendi pcritus.
(2) liane cogitandi promintiandique rationem vimque di cenili veteres Graeci sapieìiliam eoca-bant,... Vetus quidem illa doetriua eudeni videtnr et reele faeiendi et bene dicendi magistra... scrive Cicerone nel capo 15 di quell'aureo libro terzo, e più precisamente nel capo 17 dice di volere che l'oratore sia. auetor publiei consilii et regendae civitatis dnx et sententlae atque eloquenliae prin-eeps in senalu, in populo, in cansis publieis. Che poteva dunque, agli occhi almeno d'un Romano, sapere o valere di più anche il sapientissimo tra i filosofi ? E Quintiliano nel libro X (1.35) deplora che gli oratori debbano per loro colpa cercare oggi molte cose dai filosofi, le quali prima erano loro proprie. « A pìdlasaphnrum vero leetione ut essent multa nobis pelenda, vitio faci um est or al or um qui quidem illts opima sui operis parte cesserunl ».