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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO III. —- SECONDA ETÀ'.
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   luce cosi viva sullo stato delle prime scuole latine di retorica, e ci dimostra — ciò che del resto accadde in tutti i tempi ed 111 tutti i paesi — con quanta facilità i ciurmatori avessero preso il posto dei buoni e veri maestri, i quali in una disciplina nuova tardano sempre ad apparire — se, dico, dopo quest'editto dal quale appare eziandio manifesto che i meglio oratori di quel secolo preferivano ancora i maestri greci ai latini, le scuole latine sieno rimaste chiuse per lungo tempo non possiamo dire. Dobbiamo però credere che tardassero pochi anni a riaprirsi, perocché Plozio Gallo, che Cicerone chiama primo maestro latino di retorica, aperse scuola nei CG6, quando il futuro oratore (nato nel G48) avea tocchi appena i diciott' anni. E narra il grande dispiacere che provò di non avere potuto anch'egli, come altri moltissimi, accorrere ad udirlo, trattenuto, coni' era, dall' autorità d' uomini dottissimi, i quali stimavano che gli intelletti de' giovani si educassero meglio frequentando i maestri greci che non i latini (1).
   Ma anche Plozio Gallo non doveva essere guari diverso dai suoi precessori; e forse non aveano torto gli amici di Cicerone che lo dissuadevano dal recarsi cogli altri alla scuola di lui, se M. Colio, capo ameno e spirito irrequieto, ma letterato di buon conto e squisito parlatore, lo chiamava rethorem horclearium (2), ridendosene come di un cervello stragonfio, e di un uomo sordido e leggiero. Miglior fama pare abbia avuto M. Antonio Gnifone, nato nello Gallie, esposto, e da chi lo raccolse ed allevò affrancato ed educato; uomo, se la fama diceva il vero, di grande ingegno, di memoria singoiare, dotto non meno nelle greche lettere che nelle latine ; poi di natura affabile e cortese, e che tanto più larga mercede riceveva dalla spontanea liberalità de' suoi uditori, perchè non ne domandava a nessuno. Egli fu maestro insieme di grammatica e di retorica, come da molti si faceva in questi primi tempi, che i due insegnamenti non erano ancora chiaramente distinti (3) ; dando precetti di eloquenza ogni dì e declamando soltanto nelle nundine, o giorni di mercato. Frequentarono la scuola di lui uomini chiarissimi, tra quali Cicerone quand' era pretore, o lasciò molti scritti sebbene non varcasse l'età di cinquant'anni.
   La scuola di retorica, come già quella di grammatica, si divideva secondo ogni verisimiglianza in due corsi; dato il primo dal retore greco, il secondo dal retore latino Cu almeno sappiamo di Cicerone, che nella sua giovinezza declamava in greco, più tardi in latino. Alla scuola di greco i giovani venivano esercitati nelle traduzioni ed imitazioni di autori greci, e nelle declamazioni che si facevano in greco, perchè, dice ancora Cicerone: a graecis summis doctoribus, nisi graece dicerem, neque corrigi possem neque doceri. L'insegnamento della retorica latina, sebbene il metodo non fosse, come ne avverte Svetonio, nè uno solo in tutto le scuole, nè in ciascheduna sempre il medesimo, consisteva per lo più in trattazioni di cause o di controversie, che si cavavano o dalla storia, o, se ve n'era, anche da casi recenti. Svetonio ci ha conservato alcune di quelle tesi, le quali, se dovessero servirci di esempio per giudicare di tutte l'altre, non ci darebbero un'idea molto favorevole di quelle scuole; che nè furono floridissime mai, e ben presto degenerarono in vane e futilissime esercitazioni. Si giudichi da una sola: «Aestivo tempore « adoleseentes urbani cum Osiiam venissent, litus ingressi, piscatores trahenles rete «adierunt et pepigerunt, bolum quanti emerent : nummos solverunt: diu expecla-
   (1) Svct. de Khet. Cap. 2. De hoc Cicero in epistola ad M: Titinium sic refert: Equiciem memoria tenco, pueris nobis priinum latine docere coepisse Plotium quemdam. Ad quem cum fieret concursus, quod siudios is simns quisqne apud cum exercerelur, dolebam mihi idem non licere. Continebar autem doctissimorum hoininum auctoritate, qui existimabant Graecis exercitationibus ali inelius m-genia posse ».
   (2) L'epiteto dice uno che mangia orso: con che Celio volle alludere od al pan d'orzo che gonlìa, od alla sordidezza e viltà di chi Io mangia.
   (3) Svet. de ili. Grannn. 4. Veteres grammatici et rhctoricam docebanl, ac multovuin de utraque arte commentarli feruntur.