Stai consultando: 'Storia della Letteratura Romana ', Cesare Tamagni

   

Pagina (110/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (110/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Progetto OCR]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   94 LIBRO I'RIMO.
   piva liberamente tra le domestiche pareti e propriamente nelle case delle più illustri famiglie. Nulladimeno di due cose siamo certi: che per lunghi almi la retorica fu insegnata unicamente dai Greci, e che parecchi non mediocri oratori sorsero ancora in quel tempo senz'altro ammaestramento che la propria meditazione ed esperienza. Difatti se ne togliamo i precetti di Catone a suo figlio — ne'quali Quintiliano volle vedere i principii d'una retorica romana — per trovare un retore latino dobbiamo scendere lino alla giovinezza di Cicerone, e tra gli oratori auiodidacti ci si presentano ancora in questa età i nomi certamente non oscuri di Sulpicio e di Antonio (1). Quindi può a pena essere tacciato di esagerazione il detto di M. Apro, nel dialogo degli Oratori (c. 19), che allora paucissimi praeccpta rhetorum aut phitosophorum placita cognovcrant.
   La prima publica menzione di retori latini è fatta nell'editto dell'anno CG2 dei censori Cn. Domizio Enobarbo e L. Licinio Crasso, il quale diceva: « Ilenuntiatum est nobìs, esse homines qui novun genus disciplinae instltuerunt, ad quos iuvcntus in ludum conveniat; eos sibi nomen impostasse Latinos rhetoras ; ibi homines ado-lescentulos dies totos clesidere. Majores nostri, quae liberos suos discere et quos in ludos itare vellent, instituerunt. Ilaec nova, quae praeter consuctudinem ac morem majorum fìunt, neque placent, neque recta videntur. Quapropter et iis qui eos ludos habent, et iis qui eo venire consueverunt, videtur faciundum ut osten-deremus nostram sententiam nobìs non piacere » (2). Questo decreto contiene, come ognun vede, una severa nota di biasimo più contro gli abusi delle nuove scuole latine di retorica, che non contro l'insegnamento per sè medesimo, e Cicerone ebbe cura di farsi dire da Licinio Crasso insieme coi veri motivi dell'editto anclie perchè e quando quelle scuole fossero sorte in Roma. Crasso adunque discorrendo che l'oratore deve saper molte cose, se vuole aggiungere splendore e giocondità ai suoi discorsi, dice che non trovando oramai più la gioventù romana le cognizioni di cui aveva bisogno presso i Greci, fattisi da un pezzo in qua maestri di una retorica quasi meramente astratta e formale, da due anni, coi voler di Dio, erano apparsi anche de'maestri latini di eloquenza, che egli essendo censore avea però pensato bene di tór via; non già perchè (come i maligni venivano susurrando) non volesse che si acuissero gli ingegni de' giovinetti, ma perchè al contrario non g piaceva che gli ingegni si ottundessero, e sola si corroborasse l'impudenza. «Perocché, continua, nelle scuole de'retori greci vedevo almeno gli esercizii della lingua congiuri-gersi con una tal quale dottrina e con quel genere di sapere che fa gii uomini colti e civili, mentre mi accorgeva che da questi nuovi maestri i nostri giovinetti altro non potevano imparare fuorché l'essere audaci; che è per sè medesimo un brutto vizio, e da fuggirsi in qualunque caso. Come dunque era questa l'unica cosa che vi si insegnasse, e quelle erano vere scuole di impudenza, credetti fosse parte del mio debito di censore provvedere acciocché quel male non si spargesse davantaggio. Non che io disperi che le cose intorno alle quali ora stiamo disputando possano mai essere significate ed insegnate in lingua latina ; perocché e la nostra lingua e la natura non vietano che queir antica ed eccellente prudenza de'Greci passino tra noi e s' accomodino all' uso ed al costume nostro ; ma a far questo ci è bisogno d' uomini veramente eruditi, che ancora non abbiamo. Vengano, e giudicherò che siano da preferirsi ai Greci medesimi » (3).
   Se dopo questo editto, il quale col commento che gli s'è potuto fare, getta una
   (1) Cicerone nel Bruto (8!>. 214) parlando di Curione che fu console nel C78j ci dà in questi termini il tipo esattissimo dell'oratore inerudito «Nulluin ilio poetam noverat, nullum legerat oratorem, nnllam memoriam antiquitatis collegerat; non publicum jus, non privatimi et civile cognoverat. Quamquam id quidem fuit eliam in aliis et magnis quidem oratoribus, quos paruin hìs instructos artibus vidimiis, ut Sulpicium, ut Antonium.
   (2) Vedi Suet. De Miei. 1. ed Aulo Gellio. N. A. XVI. II. ed anche il Dialogo de Orat. cap. 54.
   (5) De Or III. 24.