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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO III. — SECONDA ETÀ1.
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   romano. «Dopocliè, scrive Cicerone al fratello nel primo libro del dialogo De Oratore, noi fummo signori dell' universo e coi benefizii di una lunga pace conseguimmo la sicurezza e la tranquillità della quale hanno bisogno gli studii per prosperare, non vi fu quasi giovinetto bramoso di lode che non si applicasse con tutte le forze all'eloquenza. Nella quale però dapprincipio, digiuni com'erano d'ogni dottrina, nè conoscendo alcuna regola dell' arte od alcun metodo per dirigersi nelle esercitazioni , conseguivano quel tànto di eccellenza che potevano per sola virtù d'ingegno e della propria meditazione. Ma com' ebbero uditi gli oratori greci, conosciute le loro scritture ed avutili a maestri, non è da credere l'ardore nuovo che li accese verso gli studi dell'eloquenza. Al quale la stessa condizione de'tempi e i sempre crescenti negozii della republica aggiungevano nuova fiamma; perocché la grandezza, la varietà e la moltitudine delle cause d'ogni genere mentre eccitava in alto grado l'ambizione e l'operosità de' giovani oratori, veniva colla pratica, che è sempre migliore di tutti i precetti della scuola, a compiere ciò che ciascuno di loro avesse appreso collo studio ». Con cosi poche parole Cicerone ne dice quanto basta per comprendere come la teorica e 1' arte del dire entrassero in Roma, e vi trovassero in breve volgere d'anni sì prospere sorti. Era quello difatti il tempo — quando i primi retori greci vennero a Roma —• della maggiore grandezza della republica, che vincitrice di tutti i suoi nemici ed ormai signora del mondo, avea cosi profondamente mutato anche i suoi interni ordinamenti, che la via delli onori, della ricchezza e della potenza fosse aperta non più come prima ad una sola classe privilegiata, ma a tutti i cittadini che avessero cuore, ingegno e dottrina bastanti per conquistarli ; era il tempo, quando l'arte ed il nome di oratore cominciarono ad occupare il primo posto nella considerazione degli uomini dopo 1' arte ed il nome di capitano d'eserciti (1). Spettando a quello di conservare alla patria i comodi e gli ornamenti della pace, mentre questi la proteggeva contro i pericoli della guerra. Dopo ciò, lo ripeto, è facile vedere se i retori greci giungessero opportuni a Roma, e se dovessero trovare gli animi e gli orecchi pronti ad udirne gli ammaestramenti, a seguirne gli esempi.
   Chi primo abbia recato la retorica in Roma, non sappiamo; e vedendo che il decreto summentovato ferisce ugualmente i retori ed i filosofi, ci è lecito pensare che l'una dottrina vi sia venuta insieme coli' altra. Qui poi la storia ci ricorda altri due fatti degni di particolar menzione, vogliamo dire i mille giovani achei che il Senato fece trasportare come ostaggi a Roma e distribuì per le case de' più nobili cittadini (2), poi la venuta de' tre filosofi Cameade, Diogene e Critolao, ambasciatori della città di Atene (3), e ci mostra che se questa fu potuta rimandare assai presto da Roma (come i retori cinque anni prima) dove il favore che incontrava e le dottrine che veniva diffondendo erano parse, come al solito, pericolose al costume de' cittadini, gli altri rimasero, e dall'esempio di taluni che si conoscono si può ben imaginare che fossero tutti maestri di greca eloquenza e filosofia in quelle case dove vissero assai più come ospiti ed amici che come servi od ostaggi della republica. Novella prova che nessuna cautela oramai, nessun rigore di editti valeva a trattenere i successi di una istruzione, che vietata in publico continuava e si com-
   (1) Duae sunt artcs (scrive ancora Ciceiore nelforaa. prò Murena. 14) quae possunt locare hominem in amplissimo gradu dignitàfly una imperatoris, altera oratoris boni, ab hoc enim pacis ornamenta retinentur, ab ilio belli ptricula repelluntur. E nel trattato dei Doveri (lib. Ili 19, OC). huic elocjuentiae a majoribus noslris est in toga dignitatis principatus datus. Un secolo dopo diceva la stessa cosa Maierno nel dialogo degli Oratori: « Lcntulos et Metellon el Lucullos et Curio-nes et ceieram procerum manum multum in his studiis operae curaaque posuisse, nec quemquam illis temporibus magnani polentiain si/ie eloquentia comecutum ».
   (2) 887 n. c.
   (3) b98. Erano venuti a chiedere dal Senato che fosse perdonata agli Ateniesi ìa multa ui 500 talenti, stata inflitta in pena della distruzione di Oropo.