92 LIBRO I'RIMO.
si fecero lecito di contrassegnare con una verghetta censoria (1) i versi, e di levare dal numero delle opere di un autore, come se fossero supposti, quo' libri che riputavano essergli stati attribuiti contro ragione; ma fra gli autori agli uni assegnarono i loro gradi, altri esclusero affatto dal novero. Quindi, oltre la critica, che diciamo dei testi, era parte della grammatica anche la critica letteraria od estetica, che altri la voglia chiamare. Ma non bastava ancora al grammatico aver letti i poeti, che doveva di più esaminare diligentemente ogni sorta di scrittori non pure per le notizie storiche, ma ancora per le parole che sovente derivano tutta la loro ragione dall' uso che ne fanno gli autori. E Quintiliano voleva poi che il grammatico sapesse di musica e di astronomia, acciocliò potesse dar lezione intorno ai metri ed ai ritmi, ed intendere ed interpretare appuntino i poeti, i quali del nascere e del tramontare degli astri si valgono le tante volte per ispecilicare le differenti stagioni ; e che non ignorasse la filosofia, sì a cagione di una infinità di passi che trovatisi in quasi tutte le poesie, i quali sono ricavati da ciò clie vi ha di più sottile nella ricerca dello cagioni naturali, coinè eziandio per riguardo d' Empedocle tra i Greci, e di Yarrone e Lucrezio tra i Latini, i quali hanno trattato di materie filosofiche in versi. Voleva per ultimo che fosse di un' eloquenza non mediocre, per favellare di ciascuna delle materie che abbiamo detto con proprietà e facondia. Così intendeva la grammatica Quintiliano, due secoli e mezzo dopo che Cratete di Mallo n'avea fatto gustare le primizie ai Romani, e tutto ci porta a credere, come già si è detto, che, fatta ragione dei tempi e delle cose, essa non fosse in questi secoli meno estesa o meno lodata disciplina che sotto i regni d Tito e di Domiziano. Perocché così larghi confini ed un ufficio così alto le erano già stati assegnati dagli stoici che l'avean inventata, e furono poi confermati dai dotti di Alessandria i quali la recarono a vero e compiuto sistema di dottrina.
Alla grammatica vennero compagne la retorica e la filosofia, alle quali fu però più diffìcile non tanto 1' entrare in città quanto il godervi di uno stabile e riposato soggiorno. Perocché più vive contro di loro si erano fatte le paure e gli sdegni dei conservatori, i quali, se le obbligarono prima a celarsi nelle tenebre d'un insegnamento proibito, poi le vollero sbandite affatto dalla città. Cotale suona il senato-consulto dell' anno 592, di cui mi piace, per la sua importanza, riferire il testo (2) ; « C. Fannio Strabone M. Valerio Messala coss. M. Pomponius praetor senatum eonsuluit. Quod verba faeta sunt de philosophis et rheloribus, de ea re ita, cen-suerunt, ut M. Pomponius praetor animadverteret curaretque, ut si ei e republica fldeque videretur, uti Romac ne essent». Nondimeno questo decreto, e l'editto censorio che gli tenne dietro nel 662 contro i retori latini (3), furono impotenti ad impedire che si diffondesse e crescesse tra i Romani l'amore verso questi studii, che a loro parevano già non solo aggradevoli, ma eziandi > utilissimi. E difatti se la mercè de'poeti e de'successivi maestri di grammatica essi aveano veduto formarsi in breve tempo la lingua, e di rozza ed impedita che era divenir mano mano più pulita, più snella e già capace di soddisfare ai varii ufficii della poesia, della storia e dell'eloquenza, se insieme colle grazie via via più squisite del linguaggio aveano veduto sorgere ed insinuarsi tra l'antica rozzezza anche sentimenti e maniere più morbide e civili, non è da meravigliare che accogliessero con grandissimo favore una disciplina, la quale veniva a porger loro j modi di riusc.'e eccellenti in quell'arte, che dopo la mi . zia, era la più gloriosa e la più utile cui potesse attendere un cittadino
(1) Virgulct censoria. Era una nota critica e condannatoria. E si valevano i critici a tal uopo di due note o segni: dell'as'eràco, quando volevano significare che nel testo dell'autore mancava qualche cosa; e dell'odio, che era fatto a guisa di un ago, quando volevano indicare che vi era stata aggiunta qualche cosa. Così Turnebo.
(•-Jj Svct. de Rhetoribus. c. I.
(5) Vedi per quesio editto, del quale sarà parlalo più innanzi, Svet. de Ithet. c. i. Gellio. XV. I. Tacit. Dial. c. 3ti e Cicerone de Orat. 3. 2'1. 94.