Stai consultando: 'Storia della Letteratura Romana ', Cesare Tamagni

   

Pagina (107/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (107/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Progetto OCR]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   CAPITOLO III. —- SECONDA ETÀ'.
   91
   savano nelle mani del letterato e con esso cominciavano a conoscere gli autori greci e latini (1), esercitandosi eziandio a comporre, declamare e disputare. Come nella prima istruzione, si curava molto anche qui la buona e retta pronunzia, e così nello scrivere come nel parlare la proprietà ed eleganza de' vocaboli e delle frasi. Per la pronunzia e la declamazione, la quale in un popolo di oratori era un'attitudine ed un' arte importantissima, avevano i latini appositi maestri, detti phonasci. Se, come è assai verisimile, ciò che dei suoi tempi narra e prescrive Quintiliano, può essere preso per norma di ciò che si facesse in questi due secoli, dobbiamo pensare che il greco si insegnasse nel primo corso e prima ancora del latino, perocché la ragione che egli dà di queir usanza è così generale ed assoluta da non potere essere menomata da alcuna diversità d:i tempi o di costumi (2).
   E da Quintiliano sappiamo ancora di che materie si componesse questo insegnamento della grammatica, a cui passavano i bambini che già fossero sicuri di leggere e di scrivere correttamente. Dividendosi brevissimamente in due parti: cioè nella scienza di parlare correttamente e nella spiegazione de' poeti, essa aveva più di estensione al di dentro, di quel che mostrasse al di fuori. Perocché colla scienza e coli' arte di parlare andava congiunta anche quella dello scrivere, e la spiegazione degli autori era preceduta dalla corretta lettura de' medesimi ; il che vuol dire che il maestro innanzi d'interpretarli ne purgava il testo dalle mende riconducendolo alla vera lezione. E in tutte queste cose poi entrava il giudizio del critico, del quale con tanta severità usarono i grammatici antichi, che non solamente
   rare ogni cosa col tornaconto. Onde ai suoi concittadini sciamava Orazio nella prima delle epistole :
   O cives, cives, quaerenda pecunia primum est, Virtxis post nummos! haec Janus summus ab imo Prodocef, haec recinunt juvener, dictata senesque Laero suspensi loculos tabulamque tacerlo. Est animus tibi, sunt mores et Uncina fidesque, Secl quadringenlis sex seplem miliu clesunt: Plebs eris.
   e nelP arte poetica, fatto nn maligno paragone de' Greci co' suoi Romani, scriveva que' bellissimi versi :
   Gratis ingenium, Gratis de.dit ore rotando
   Musa loqui, praeter tandem nullius avaris.
   Romani pueri longis ralionibus assem
   Discunt in partes centum diducere. Dicat
   Filius Albini: « si de quincunce remota est
   Uncia, quid superai ? » — poter at dixisse » : triens ». eu. !
   Meni poleris servare tuam! — redit uncia, quid flt?
   « Sernis ». A l haec animo s aera fio et cura peculi
   Qimm semel imbverit, speramus carmina fingi
   Posse linenda cedro, et levi serranda dipresso ?
   Mai più acerba e più giusta censura fu fatta di quella educazione, che cercando P utile innanzi tutto distrugge negli animi giovanili ogni seme di alti e generosi sentimenti. E da quel che si vede oggigiorno non fu sola la gioventù romana a vestirsi di questa ruggine.
   (1) Secondo Schmidt (Storia della pedagogica. Voi. I. pag. 406) intorno ai 12 anni.
   (% A chi per avventura non la sapesse (ed ai giorni nostri mostrano d'ignorarla tutti coloro i quali vogliono bandito il latino dalle nostre scuole, o che s'insegni almeno assai tempo dopo l'italiano), panni opportuno di farla conoscere colle stesse parole di quel grande maestro : « A sermone grueco pueru.n incipere inalo, quia Latinum, qui pi uri bus in usti est, voi nobis nolenlibus perbiòet ; siniul quia (lisciplinis quoque graecis instimene!us est, mule et nostrae flmerunt». Inst. Or. I.f. i2.