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LIBRO I'RIMO.
avi disceso insieme col sangue generoso anche il dono dell'eloquenza : quod oralio-nes nobilissimo cuiquc scribere solebal. Tra i quali nobilissimi signori sono ricordati Q. Metello, Q. Oepione, Q. Pompeo Rufo, uomini consolari ; e Cicerone fu testimonio di queste composizioni, quando con assai diligenza ed amore seguiva le le-zioui di Elio (1).
Dell' altro loda Cicerone la varia e sicura conoscenza della lingua e dello stilo poetico, la quale era tanta in lui che non appena udito un verso poteva dire, questo è, questo non è di Plauto (2). li Svetonio racconta che avendo rubato a suo suocero un libro ancora inedito, fuggì da Roma per la vergogna, ed ammalatosi di podagra si lasciò morire. Se a questi e ad altri che per brevità non si nominano, i quali professarono l'arte del grammatico, si aggiungano ora i nomi di Ennio (già ricordato), di Lucilio, di Azzio, che o scrissero o furono essi medesimi autori di novità nelle cose grammaticali, se si considera l'alta stima nella quale per questa via vennero uomini eli bassa condizione e poco meno che servile, è ovvio vedere con che prontezza i Romani naturalmente tanto perspicaci e pratici avessero riconosciuto, non che la importanza, la necessità di questi studj, in quel punto che cominciavano a dar nascimento ad una lingua e ad una letteratura, cui fin lì non potevano dire d'aver posseduto. G-li è questo un fatto singolarissimo nella storia generale delle lettere e della civiltà ; ina che perciò appunto merita d'essere altamente considerato, perchè getta una nuova e chiarissima luce così sul carattere del popolo romano, come sull'origine della sua letteratura. E noi termineremo di farlo tra poco. Intanto seguendo i progressi dell'arte e della scuola vediamo principiare e disegnarsi mano mano più nettamente la separazione tra ì due gradi dell' insegnamento grammaticale, così nel nome de'maestri come nella qualità e quantità delle discipline Svetonio ci avverte essersi dato il nome greco di grammatico a chi prima con vocabolo latino si chiamava literatus, e voleva dir uno il quale diligenter et acute scienlerque possct aut dicere aut scribere; o più propriamente chi interpretava i poeti. Questo era il vero maestro di Grammatica, disciplina cosi vasta che comprendeva tutta la scienza della lingua, delle lettere e dell' antichità. Ma in seguito, seguendoci una separazione già fatta dai Greci, sì distinse il grammatico dal grammatista, che con nome latino fu detto literator. E la differenza, rispetto al sapere, tra i due maestri, secondo le parole di un celebre grammatico latino, consisteva in questo, che l'uno era perfectus, l'altro solamente imbutus, ne possedeva, cioè, solamente quel tanto che bastava per insegnarne gli elementi ai bambini della prima età.
Da Quintiliano, da Seneca e da altri scrittori che ne parlano, come dalla cosa in sè medesima ci è facile intendere che questa prima istruzione, detta pur anche prima Uleratura, non doveva essere molto distante da quella che innanzi che Roma avesse i grammatici, veniva data in casa dalla madre e dalla nutrice ai figli dei maggiorenti, ed agli altri nelle taverne del foro. Essa cominciava adunque cogli esercizii dei leggere e dello scrivere, poi veniva l'aritmetica, la quale s'insegnava ai bambini facendoli contare con de'sassolini su apposite tavolette, od anche più comunemente colle dita (3) : quindi lo studio a memoria di detti e sentenze morali, e la lettura e spiegazione di facili poesie, ponendosi gran cura a ciò che pronunciassero e declamassero rettamente. Dal grammatista i fanciulli già un poco più maturi pas-
(1) Id. Ih. « Idem Jelius stoicus esse voltiti, orator autem ne,e studuit iinquam nec futi-, seri-bebai tamen oraMones, quas alii dicerent, ut Q, Metello, ut Q. Caepioni, ut Q. Pompeio Rufo; quamquam is etiam ipse scripsit eas, quiòus prò sa est usas, sed non sine Je.lio. His enim scriptts etiam ipse interfui, cum essem apud Aelium adolescens cuinque audire perstudiosc whrem ».
(2) Cic. ad Fam. IX. 16. « Serviiim Claudium notandis generibus poetarmi et consuetudine legendi adeo tritas aures habuisse ut facile diceret hic versus Pianti est, Ino non est».
(5) I Romani mostrarono, come del resto era naturale in un popolo così dedito agh affari, molta propensione all'aritmetica, e da essa impararono assai presto la dottrina e l'arte uti lissima di misu-