capitolo iii. — seconda età'. 87
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tare delle orazioni, dove si celebravano le gesta delli eroi e de' più benemeriti cittadini. Cosi da giovinetti s'imprimevano nelP animo il ricordo di quelle grandi e nobiii gesta che cresciuti dovevano poi imitare.
Di ben maggiore rilievo sarebbe la notizia dataci da Livio (1) che i Romani allora (parla dell' anno 444. u. c.) usavano di educare i proprii figliuoli nelle lettere etru-sche, come a tempi suoi nelle greche, se intorno alle attinenze dell'Etruria con Roma in que' primi secoli, e di tutta la civiltà di quel popolo misterioso noi possedessimo oggi qualcosa più che delle ingegnose, e più o meno felici congetture. Se, come a taluni parve di poter arguire da questo passo di Livio, Roma fu discepola degli Etruschi prima che de' Greci, se da quelli prese i principii delle lettere e di ogni disciplina, ci torna assai diffìcile d'intendere come dopo parecchi secoli di scuola ella ci presenti ancora de'monumenti di una lingua sì rozza e d'una sì scarsa coltura. Se dagli Etruschi avessero i Romani ricevuto veramente gli ammaestramenti e gli esempi di letteratura, essi non avrebbero avuto bisogno dei Greci ; vero è invece che gli Etruschi stessi come gli altri italici furono tutti, qual più qual meno, discepoli di quel popolo, che solo portò di fatto le lettere a Roma. Però, ancor che Livio affermasse la cosa in proprio nome, e non la riferisse come fa sulla testimonianza di autori che non nomina, ed altrove non mostrasse di avervi poca fede, attribuendo la perizia di Fabio nell' etrusco ad altra particolare cagione più che a questa, basterebbero le testimonianze di Cicerone e di Valerio Massimo per dirci che istruzione fosse quella elle i giovani patrizii andavano a ricevere dagli Etruschi. Dessa era l'arte di interpretare i prodigii e gli altri segni del cielo, che a loro più che a chicchessia importava di conoscere, essendo il diritto degl auspicii una delle primarie prerogative del patriziato, quella anzi sulla quale si fondavano tutti i privilegio di quella classe, che per ben cinque secoli fu, si può dire, la sola padrona di Roma, e l'autrice principale della potenza cui era salita la republica «Etruria de caelo tacta scien-tissime animadvertit, eademque interpretatur quid quibusque ostendatur monstris atque portentis. Quoeirea bene apud majores nostros senatus tum, quum ftorebat imperium, deerevit ut de prineipum filiis sex singulis Etruriae populis in disciplinam traderentur, ne ars tanta propter tenuitatem hominum a religionis aucto-ritate abduceretur ad mctum atque quaestum» (2). E poco diversamente Valerio Massimo: «.< Tantum autem studium antiquis non solum servandae sed etiam am-plifìcandae religionis fuit, ut ftorcntissima tum et opulentissima civitate decem prineipum fìlii senatus consulto singulis Etruriae populis percipiendae sacrorum disciplinae gratta traderentur» (?>). Era dunque un gravissimo interesse religioso e politico (e fin ad un certo punto, per la conservazione dei privilegi di famiglia, anche privato e domestico) quello che spingeva i patrizii ed il senato a mandare i loro figliuoli ad educarsi nell'arte delle indovinazioni presso la superstiziosa Etruria. E non altre che queste poterono essere quelle lettere etrusche nelle quali i Romani d'allora, che erano poi i soli patrizii, si venivano istruendo ; ben diverse, a quel che vedesi, da quelle lettere greche che presero a conoscere ed a coltivare più tardi. Dunque della educazione etrusca dei Romani, dopo il molto parlare che se ne fece, questo solo ci riinane di certo e di chiaro, che era una educazione sacerdotale, scuola d aruspici e di indovini (4).
E però per trovare i primi maestri di lettere dei Romani noi dobbiamo, come ce n'avverte Svetonio, guardare ai primi poeti, a Livio Andronico e ad Ennio che insieme colla letteratura greca portarono in Roma anche l'uso ed il modo di inse-
(1) Vedi più sopra a pag. 18 la seconda nota; e il testo di Livio suona: habeo auctores vulgo tum Romanos pucros, sicut mine Graecis, ila Etruscis litcris erudiri solilos.
(2) Cic. de Div. 1. li: 92.
(3) 1.1.
(4) Così la pensa anche Krause nel bellissimo articolo sopra V Educazione, che è nell'Enciclopedia di Pauly.