Stai consultando: 'Storia della Letteratura Romana ', Cesare Tamagni

   

Pagina (100/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (100/608)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Progetto OCR]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   84
   LIBRO I'RIMO.
   zioni avvenute man mano piti tardi nelle leggi, nella civiltà e nel costume, e delle quali essa fu alla sua volta effetto e cagione , non valsero a far si che diventasse mai una istituzione pagata coi denari dello stato (1). Prima che questo avvenisse era necessario che Roma attraversasse i più tristi tempi della signoria imperiale, e passasse da Catone il vecchio a Vespasiano. Ne' bei tempi della republica, e finché le virtù private e le domestiche consuetudini tennero testa all'invasione degli usi forestieri, che affluivano da ogni parte del mondo conquistato. Roma 11011 sentì il bisogno di un sistema educativo per porre un freno ai vizii ed aggiungere uno stimolo alla virtù, non sentì il bisogno di formare l'uomo buono e retto per avere il retto e buono cittadino ; a tanto erano bastati fin'allora il buon costume antico, e le virtù de'suoi grandi cittadini. Essa seguitava a dire con Ennio :
   Moribus aniiquis res stai romana virisque,
   e fuor di questo non vedeva altro modo come costumi ed uomini si potessero efficacemente conservare immuni dalla corruzione che batteva alle sue porte.
   E qui ne si affaccia nuovamente con un terzo e più grave aspetto quello stesso problema, che già trattammo in addietro, ricercando le origini della lingua e della letteratura romana. Qui nuovamente ci sta davanti il fatto di un gran popolo, che toccato il culmine della sua potenza e divenuto padrone del mondo per sola virtù di natura e costanza di abitudini, si sente ad un tratto nella sua nuova grandezza minore di sè medesimo, e chiede ai vinti i mezzi e l'arti di conservare e d estendere l'impero acquistato a prezzo del solo suo valore e della sua prudenza. Ciò che i padri dell'antica Roma aveano insegnato ai loro figliuoli innanzi di mandarli a vincere i Sanniti ed Annibale, poteva egli bastare ai capitani, ai magistrati, agli oratori nuovi, ora che Roma doveva regnare su popoli tanto di lei più colti e civili ? Ed a conservare le virtù degli avi, fondamento della republica, era dessa sufficiente l'antica disciplina, ora che il rispetto alle domestiche tradizioni doveva per la mescolanza delle classi e delle famiglie essere di lunga mano scemato, e colla perdita degli ultimi privilegi venuto meno anche quell'orgoglio del nome, che ne' patrizii è l'ultima salvaguardia dell'onore e della virtù?
   Nè a quella domanda nè a questa la storia può rispondere affermativamente ; ma essa mentre da una parte ci mostra la nobiltà romana che s' affolla premurosa intorno ad ogni nuovo grammatico, retore, o filosofo che giunga dalla Grecia, e i circoli della più eletta società convertirsi in academie, dove il fior de' guerrieri e de' magistrati trattano con nuova vivacissima curiosità le più astruse e sottili quistioni di grammatica e d'eloquenza, ci addita dall' altra nella resistenza dei rigidi conservatori i fortissimi ostacoli che ancora contrastavano il campo alle nuove cose, e i pericoli da cui non era scompagnato anche questo subitaneo amore per le arti e per le discipline di un popolo, che al postutto non aveva saputo con esse difendere la propria indipendenza. Quindi senza terna di parere ingiusti verso tutti coloro che colle ricchezze, coli' autorità del nome, ed anche colle opere ajutarono questa nuova direzione delle menti e degli animi, ed ai Greci procurarono per quanto era da loro lieto ed onorato ospizio tra le mura della città conquistatrice, senza cessare dal riconoscere, come già più volte ho fatto, in questo avvenimento il fortunato principio ed il più sicuro augurio della futura grandezza delle lettere romane, noi possiamo ancora oggi affermare, che i nobili Romani nell' accogliere e nel proseguire di tanto favore le lettere greche non ebbero sempre un chiaro sentimento nè di ciò che con quegli studii volevano conseguire, nè del fine a cui per essi e con essi andavano incontro. Lavoravano a compiere un grande mutamento, senza che sulle prime almeno ne fossero pienamente consapevoli. Per questo accadde che tanta parte de' benefizii
   (1) L'ingerenza che più tarili presero . censori nell'educazione era tutta disciplinare, e faceva parte del loro ufficio di moderatori del costume publico e privato. In qucslo senso è anche dettato l'editto censorio contro i retori latini, di cui sarà detto a suo luogo.