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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO III. —- SECONDA ETÀ'. 79
   pur una commedia togata con nomi e costumi romani, detta più tardi, anche taber-naria, dal prendere i suoi personaggi nelle botteghe del popolino. Quest'era davvero la commedia cittadina e famigliare, dove, a quel che ne sappiamo, le donne avevano assai più parte che nella palliata, e meno gli schiavi. I Romani vi erano in casa propria, e non correvano il pericolo d'essere chiamati barbari come nelle commedie di Plauto. Ed anche gli italiani moderni ebbero, ed assai por tempo, felicissimi scrittori di commedie, perchè, come già dissi, al nostro popolo non mancò mai la ricca vena delle arguzie e dei sali, e quell'attitudine a notare ed esprimere con gioconda malizia il ridicolo che si nasconde anche nelle cose più serie, che è, a mio credere, il vero talento comico. Tutto questo non ci venne mai meno, nè pur ora ci manca ; solo la fortuna ci tolse sempre o 1' occasione o il modo, che di queste nostre commedie noi facessimo di que'capolavori d'arte che vincono i secoli, e divengono proprietà non della sola nazione che li lia prodotti, ma di tutto il mondo letterato e civile. Perocché, giova non dimenticarlo, il valore artistico di un'opera si misura da questo, che essa piaccia non solo a' tempi suoi ma anche ai venturi, non solo a' compaesani ma anche ai forestieri, e che divenga subito nel suo genere un monumento, che gli altri possano imitare. Accade di un'opera in arte, quel che di una proposizione in logica; che per essere vera e bella deve valere universalmente. Ora di commedie così fatte il teatro popolare romano, a ciò che noi sappiamo, non ne produsse, e non poteva perchè fu troppo presto soprafatto dal teatro greco; il quale procurò alla letteratura latina i due suoi più grandi scrittori di commedie, che sono Plauto e Terenzio. Peccato che ci manchi interamente Menandro, che avremmo potuto vedere quanto di quelle bellezze comiche debba essere reso alla Grecia, e quanto sia propriamente nostro. Potremmo misurare la potenza dell' ingegno italiano in questo genere. Certo de' due il più italiano è Plauto, e per ciò piacque anche più lungamente. E questo mi fa pensare che un' altra causa per cui non sì potò avere una commedia romana, come s' ebbe una commedia ateniese, e si ha oggi ancora una commedia parigina, fosse la lingua stessa che il popolino di Roma parlava, e che voleva udir sul teatro. Lingua, come già vedemmo, diversa da quella dei senatori e de' cavalieri, ed alla quale bisognava che s'accostassero, quanto potevano, attori ed autori se volevano essere capiti. Per questo piacque Plauto perchè più s' accosta al parlare dei suoi spettatori ; i quali però assai più volontieri che alle sue commedie accorrevano ancora a quelle loro farse, dove udivano il proprio dialetto del mercato, delle officine e delle taverne. Onde è da dir questo che per avere un proprio teatro, come Atene e come Parigi, Roma avrebbe dovuto avere, come quelle due città, una lingua nobile che fosse intesa dalla maggior parte dei suoi abitatori. Ma la urbanitas romana, come ogni fatto lo prova, era intesa da pochi; e perciò produsse particolarmente que' generi di letteratura che non sono in necessario e continuo contatto col popolo. Parlò ai lettori più che agli uditori. Il teatro invece, presso gli antichi almeno, era fatto per tutti, e precisamente per quella plebe che i grandi avean bisogno di divertire, e che se non intendeva o non gustava la loro lingua illustre, avea però nelle sue mani l'arbitrio dei loro onori e delle loro fortune. Tali sono gli spettatori e la lingua che essi parlano, tale è il teatro. E noi finora avemmo l'unica vera nostra commedia dall'urbanità veneziana, che però perde molto delle sue grazie quando non parla colla propria lingua. Ne avremo ora una nuova dalla rinata urbanità fiorentina ?
   D'un altra causa che fermò i progressi dell' arte dramatica in Roma, e fu l'amore ai cruenti spettacoli, fu già detto più sopra ; e tutti capiscono come non dovesse piacere la finzione di re o di regine uccisi in tragedia a chi con occhio asciutto e battendo palma a palma mirava le morti vere dei gladiatori, e i combattimenti delle fiere Dunque tutto ciò che l'aceto italico potè dare di veramente suo alla letteratura latina fu, per la plebe, il drama faceto, la farsa coi lazzi e colle danze di pulcinella; poi grandi la satira: non però scenica, ma didattica e scritta non nel sermone volgare, ma nella lingua ''lustre di quella classe di persone alla quale solamente era diretta.