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Storia della Letteratura Romana

Cesare Tamagni
Francesco Vallardi Milano, 1874, pagine 590

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO III. —- SECONDA ETÀ'. 77
   la vera letteratura, ci è ancora un gran passo; e questo passo non lo fa se non un popolo che per grandi cose operate abhia acquistato coscienza di sè medesimo: un popolo che senta d' essere qualcosa al mondo, e sappia di avere scritta per sè una pagina non caduca nella storia della civiltà. Quando questo sentimento comincia a nascere in lui, quando s'accorge d'avere illustri fatti da narrare, ed un gran nome da difendere e da propagare, allora divien possibile la letteratura. E per parlare con più esattezza, la letteratura comincia sempre in un popolo nel momento che si potrebbe dir cardinale della sua storia. Difatti ne'poeini omerici si canta la guerra di Troja, che congiungendo per la prima volta le genti della Grecia in una vasta impresa comune, rende possibile una epopea nazionale, e la Divina Commedia appare all'uscir dal medio evo italiano, quando era già segnata inesorabilmente la serie delle nostre grandezze come delle nostre ineffabili sventure, e Dante avea potute raccoglierle nella sua gran mente come in uno specchio, e svolgerle, profeta inascoltato, ai contemporanei ed ai posteri.
   Lo stesso è della letteratura romana, che vediamo nascere, come già dissi., in mezzo alle guerre puniche, nella lotta più dura e più dolorosa che Roma avesse da sostenere, e dalla quale quando uscì vincitrice sentì d'avere nelle sue mani le sorti dell' universo.
   Prima ancora che Cartagine sia distrutta, secondo il voto di Catone, un' era nuova è incominciata per Roma, sì in casa, come fuori : 1' antico carattere romano viene rapidamente mutandosi, dacché colla caduta dell' ultime prerogative patrizie si è nella città formato un nuovo popolo, e questo ha nelle quasi insperate vittorie presentito la grandezza de' suoi futuri destini, e dallo stesso sforzo durato per vincere la formidabile rivale attinto l'energia e la volontà di essere non più solamente probo e valoroso in guerra, ma eziandio esperto nelle più gentili arti della pace.
   Dove sono adunque da cercare i principii di questa letteratura nata tra ie angosce e gli entusiasmi deila più lunga e memorabil guerra, che forse gli antichi abbiano veduto combattere ? Quali furono i nuovi bisogni che Roma provò tostocliè ebbe toccato il culmine della sua vera grandezza, e così le virtù come le usanze antiche più non bastarono a soddisfare i desiderii venuti colla nuova potenza e colle nuove ricchezze?
   Teuifel dice molto brevemente ch'essa cominciò col bisogno della scuola e del palco scenico (1) ; quando l'istruzione che i figliuoli ricevevano seguendo i padri loro nel Foro e nel Renato non parve più sufficiente, e la nobiltà nuova volle veder sul teatro altra cosa che t lazzi plebei e le solite danze della vecchia commedia italiana. E siccome a questo nuovo ed acutissimo desiderio di conoscere, ed all'altro non meno vivo di divertirsi più nobilmente la sola Grecia poteva dare soddisfazione coi suoi maestri e col suo teatro, così è manifesto come la letteratura latina non potesse cominciare altrimenti che con traduzioni ed imitazioni d' opere greche. E ci è anche facile intendere come una letteratura sorta dalla scuola per soddisfare a que' due veramente imperiosi bisogni degli uomini e de'popoli rinciviliti, fatta quindi, son per dire, apposta e per forza di volontà, non venuta su spontaneamente, perciò non radicata negli usi, nelle tradizioni, ne'sentimenti popolari, dovesse avere un andamento cosi singolare, cosi alle volte bizzarro, e pressoché inconciliabile con quelle teoriche nelle quali siamo usi comprendere la storia generale e filosofica delle lettere e dell'arte. Quel modo d'incominciare una letteratura, che tal quale forse non ha riscontro in verun aitro popolo, ci dà ragione di una lunga e varia serie di fatti, che altrimenti devono sembrare inesplicabili. Esso ci spiega come i primi autori latini fossero o forestieri o schiavi, o l'uno e l'altro insieme, e quasi tutta gente d'infima condizione. Greco di Taranto e prigione di guerra Livio Andronico, facendo il maestro di latino e di greco, ottiene la libertà ed il nome romano del suo padrone. Per i suoi scolari traduce l'Odissea in saturniì latini. Poi è commediante e scrive egli medesimo i suoi drami, per lo più tragedie, che traduce dal greco studiando di conci-
   (1) La slessa cosa avca già dello T. IViommsen.