76 LIBRO I'RIMO.
anno si cantavano celebrandosi le feste solenni di Marte e di Venere, i Lupercali ed i Larentali. E così una dopo 1' altra favola si spiega tutto il racconto mitico romano; chi si vestì per tempo di sembianze forestiere, s'intrecciò con idee e racconti greci, ma ebbe sempre ferme le radici nel rito e nelle primitive cerimonie latine e romane (1). Questa è la più ragionevole spiegazione dei favolosi primordii di Roma ; come quella la quale chiaramente c'insegna perchè Roma non potesse avere ne'suoi tempi preistorici un' epopea che pur di lontano somigliasse alla Greca. Ci abbattiamo ancora nell'istessa ragione della diversa origine, costituzione e carattere dei due popoli. E non giova ripetere il già detto.
Forse sarebbe più fortunato chi cercasse le origini o lo spirito almeno di un certo genere di poesia romana ne'canti de'soldati e ne'versi fescennini. Scendendo ne' volghi troviamo la futura Roma letteraria forse più sicuramente che ne' templi e nelle case dei re e degli eroi. Troviamo in que' canti che i soldati gridavano dileggiando il loro duce nel di del trionfo, come nella licenza fescennina, che dovette più tardi essere frenata con una dura legge nelle dodici tavole (giacché Roma repu-blicana non tollerò mai quella che noi oggi diciamo libertà della stampa, ma i canti ed i libelli infami castigava colla morte del bastone) l'umor gioviale e beffardo de'padri nostri che correvano così prontamente al ferro come al motteggio, e nel motteggio erano anche facilmente laidi e scurrili. Per i sali attici, segno di una civiltà prestamente progredita, e d'ingegni altrettanto colti e vivaci quanto gli animi erano pronti e gentili, noi avemmo l'aceto italico, così naturalmente aspro e mordace, che pur nel più attico de' poeti romani lo studio d'emular i greci non lo potè sempre mitigare. Ma bene o male che ciò fosse, il fatto è che in questi versi, ne'quaii o si schernivano gli imperatori, o i contadini ne'giorni festivi tra l'ebbrezza della vendemmia si lanciavano villanie a 'vicenda; in questa acerba petulanza dei nostri volghi troviamo il solo principio veramente originale della poesia romana. Questo principio ci dà col tempo la commedia, i mimi, e la satira; nè si spegne o si muta, come già dissi, col sopravvenire della coltura greca, ma nella satira stessa crea un genere letterario tatto ed unicamente romano.
Fu questo, si può dire, il solo genere di poesia vernacola, di cui l'ingegno e l'arte delti scrittori poterono fare un genere di poesia letteraria.
Se ne togliamo adunque la satira e la commedia popolare da un cauto, e la legislazione dall' altro, non so quali altri generi di quella letteratura romana, che oggi noi conosciamo e studiamo, abbiano veramente le radici in quelle antichissime scritture.
Per trovare adunque le vere origini di quella letteratura che levò sì alto il nome romano con Terenzio, con Virgilio, con Cesare, con Cicerone, con Tacito noi non dobbiamo tanto guardare a questi poveri principii, i quali o perirono senza lasciar traccia di sè, o non hanno colle opere posteriori se non un' accidentale attinenza , quanto più a quelle cagioni intime ed universali d' ogni letteratura, delle quali già dissi qualcosa più sopra, e che, quantunque sieno riposte in un bisogno comune a tutte le umane società, pur -non divengono operose ed. efficaci se non quando si manifestino certe favorevoli condizioni. Perocché se altri può dire che una letteratura vive in germe nella mente e nel cuore di ogni popolo, essendo proprio di tutti i popoli ch'essi cantino i loro dolori e le loro gioje, e che in uno od altro modo conservino le memorie e celebrino le lodi dei loro dei e dei loro eroi, non è men vero che da questa, si dica pure, naturale necessità e dalle prime e più rozze manifestazioni di essa al comporre ed allo scrivere con arte, nel che consiste
(l) Delle quali eerinionie, i sensi, l'ordine ed il modo, come tutto in genere il diritto sacro dovette essere eontenuto, oltre che ne'libri de'Pontefici, ne'prisci commentarli dei re. Vedi Corssen, 180 e 189. «Ergo non sunt fabulae historiae romanae liberali poelarim imagi/uincli vi inventa, seti ungusla superslitiosàque sacerdolum religione e sacris libris repelila, nee est poetica secl religiosa species ejus ».