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LIBRO I'RIMO.
fatto assai raro il numero di quelli che ancora credono nel sogno niebuhriano. Il Corssen l'ha, o eh' io m'inganno, dissipato per sempre nel suo bel libro sulle origini della poesia latina. Quivi egli dimostra in primo luogo, cosa che del resto era chiara per sè, come sopra semplici notizie di canti, dei quali poco meno che nulla è a noi pervenuto, non si potesse ragionevolmente fondare una ipotesi di tanto rilievo com'è quella di Niebulir, e la quale, se fosse vera, muterebbe allatto storia e carattere alle lettere romane. Seguitando poi mette in chiaro ad una ad una tutte le ragioni contrarie a quell'ipotesi; le quali, a dir vero, ad una mente non pregiudicata non orano difficili da trovare. Difatti, perchè fosse possibile una epopea popolare così vasta, come quella che a Niebulir piacque d'iinagiuare, bisognerebbe prima di tutto supporre che in que' tempi vi fosse un popolo unito di tradizioni, di sentimenti e di interessi, il che, come già dissi, non era; e bisognerebbe poi attribuire al patriziato, che era allora il solo padrone di Roma, il solo le di cui glorie potessero essere celebrate in quei carmi, una facoltà artistica ed un amore della poesia, da cui esso era invece per natura e per necessità alienissimo. Tanto alieno che in pieno sesto secolo Catone l'antico rinfacciava come una vergogna a Fulvio Nobiliore d' aver condotto con sè il poeta Ennio nell'Etolia, dove andava governatore. Bisognerebbe inoltre ammettere che la materia di que' carni fosse passata ne' primi poemi epici elle Roma ebbe, negli annali di Ennio, per es. e che di ciò fosse rimasta memoria negli scrittori romani. Ora Cicerone ci dice bene che Ennio molto tolse da Nevio, ma di altro carme o leggenda epica non dice motto. E così doveva ben essere, giacché a Catone stesso di queile canzoni funebri, sulle quali poggia tutta l'ipotesi niebuliriana, non era pervenuta che la memoria; le canzoni stesse e l'uso di cantarle ne'banchetti s'era già da molti secoli perduto. Strana epopea nazionale di cui gli eruditi del sesto secolo della città a stento ricercavano le tracce lontanissime e quasi smarrite. Se ciò fosse, come in Roma, accaduto nella Grecia, avremmo noi l'Iliade e l'Odissea? Ma il più semplice esame di questi canti ci prova meglio d' ogni considerazione generale, eh' essi non poterono mai comporre uniti insieme nemmeno per ombra quello che si vorrebbe chiamare il ciclo epico romano. Difatti che eran essi? Lodi degli estinti che molti secoli prima di Catone si cantavano a vicenda ne' banchetti funebri dai convitati, più tardi da giovinetti cantori, finché poi l'usanza cadde e suben-r trarono nenie gridate da cantatrici prezzolate mentre la pompa funebre s' avviava al rogo. Alle lodi in versi erano già succedute le lodi in prosa, che il prossimo parente del trapassato diceva dai rostri. Dal carme per naturale procedimento si era passati all' orazione, e dalla poesia era nata una forma almeno d' eloquenza: il genus laudativum. E le nenie si scrissero più tardi sulle lapidi sepolcrali, le quah ci dicono ancora oggi chiaramente qual fosse il tenore e la forma di quegli inni funebri. Pochi versi ed una semplicissima notizia delle più chiare lodi dell'eslinto; la sentenziosa e concettosa sobrietà epigrafica, che era poi il solo stile del quale — ed in prosa ed in versi — fossero capaci Romani d' allora; usi a dettar leggi ed ordini chiari, sobrii, precisi, non a seguir colla parola gli impeti del sentimento o i voli della fantasia. E 1' avessero pur voluto, che non lo concedeva la lingua d' allora, dello stato della quale 11011 si curarono, come se non c'entrasse punto, i creatori di quella magnifica fantasia. La lingua del carme saliare e dell' altro de' fratelli Arvali, della colonna rostrata, delle più vecchie epigrafi de' Scipioni b delle stesse XII tavole non ora una lingua capace di produrre un poema epico ; che vuol dire, convertendo i termini, che i Romani stessi 11011 erano, almeno allora, un popolo poetico perchè altrimenti avrebbero avuto un' altra lingua. Le due condizioni s'intrecciano cosiffattamente, che l'una vale
sempre l'altra. L
a lingua poetica comincia appena con Ennio, il quale dai Greci aveva prima imparato clie cosa una lingua debba essere, quando in essa si vogliano scrivere opere d'arte e di letteratura. Quindi egli potè dir con ragione, che se altri avea scritto in versi
____quos olim Fauni vatesque canehant
Quum ncque Musarum scopulos quisquam superarat
Nec dicli studiosiis crai....