CAPITOLO III. —- SECONDA ETÀ'. 73
fecondati e tratti a maturanza ? 0 non dovremo anzi sospettare che in luogo di continuità ci sia tra questa età e le precedenti una spiccata e quasi necessaria contraddizione ? A quest'altre interrogazioni fu data dagli storici diversa risposta, secondochè avean dirette le indagini all'unico line di scoprire la verità, oppure vollero trovare nei fatti una qualsiasi conferma di certe loro dottrine. Così dallo scopo diverso a cui miravano nacquero, come a dire, due scuole di eruditi : gli uni che per voler applicare a Roma certa assoluta teorica della originalità nell'arte e nella letteratura fecero violenza alla storia, e per poco non la accagionarono d'avere distrutta a vantaggio d'un' arte forestiera il tesoro della prisca poesia italica, gli altri che più cauti e più fedeli al vero videro nell'origine delle lettere latine un fatto notevole si, ma nè unico, nè troppo diffìcile da spiegare, chi ne cerchi le ragioni nella storia e nell'indole istessa del popolo romano. Ed il fatto è quello che ci avvenne già più volte di asserire, cioè, che per cinque secoli i Romani come non ebbero altra lingua fuor quella della quale si servivano per parlare in casa, nel tempio e nel foro, così non conobbero altre lettere che quelle di cui aveano bisogno per pregare o per ringraziare gli Dei, per dettare gli ordini e le leggi, per rallegrare col canto i dì festivi e le pompe dei loro trionfatori. Poveri e valorosi, di null'altro solleciti che di difendere ciascuno i proprii diritti in casa, e tutti insieme l'onore e la potenza della gran patria al di fuori, come i rustici avi loro fortes parvoque beati, i Romani di que' primi secoli mai non levarono la mente alle geniali immaginazioni dell'arte, nè la sprofondarono nelle meditazioni della scienza; certi di sprecare il loro tempo quando non facessero cosa che fosse direttamente utile a sè, alla famiglia, od alla republica. Pertanto chi in quelle scritture, che abbiamo ricordato, voglia trovare pur una remota parentela colle opere de' secoli posteriori, od a dirittura 1' origine e la prima ispirazione di tutta la romana letteratura, quegli farà dire di sè ai prudenti che sogna ad occhi aperti e scambia colla bella verità le larve della propria fantasia. Difatti che i carmi salii, il carme de'fratelli Arvali, e gli altri consimili che possono esservi stati, non siano poesia è cosa chiara a tutti; eccetto chi volesse per avventura confondere le litanie che i fedeli cantano in onore della Madonna e dei Santi con una canzone del Petrarca o cogli inni sacri del Manzoni. Sono invocazioni e preghiere scritte in versi solo per l'altissima loro antichità (il carme saliare rimonta a Numa), e perchè doveano essere cantate. Ma nulla più. Lo stesso si deve dire dei versi
quos olirn Fauni vatesque canebant
e particolarmente delle profezie di Marcio, di cui parecchie ci furono conservate da Tito Livio, da Macrobio, e che G. Hermann si provò di voltare in lingua antica e nell'orrido saturnio. Siamo ancor sempre ne' penetrali inaccessibili del tempio coi riti o colle formole sacre, misteriose, immutabili.
Miglior ansa invece diedero ai cercatori della originale poesia latina i canti dei banchetti, le nenie, talune iscrizioni sepolcrali, gli inni patrii di Romolo e le canzoni trionfali Niebuhr di tutti questi canti, dei quali ci sono unico saggio le epigrafi metriche dei Scipioni, e le canzoni militali dei secoli ottavo e posteriori, formò nientemeno che un lungo e continuo carme epico, che contenesse la leggenda eroica di Roma antica. Se un Omero fosse venuto a raccoglierla e diffonderla, e più tardi un Pisistrato ad ordinarla in un poema certo e finito, Roma avrebbe avuto la sua Iliade; così di que'canti noi seguiamo appena le traccie nel racconto poetico della prima deca od almeno del primo libro di Tito Livio. Se questo fosse, se alla bella fantasia del grande alemanno corrispondesse la realtà, noi avremmo trovato anche nella letteratura latina quella continuità, e quel naturale cominciamento che tanto ne, alletta e ne fa stupire nella grecà. Dovremmo tutt' al più dar ragione di una grande diversità di forma tra que' primi secoli ed i posteriori, e la troveremmo facilmente nella imitazione greca: ma l'anello di congiunzione tra l'antico ed il nuovo, tra la leggenda e 1' arte, tra il mito e la storia sarebbe trovato, e dalle origini di Roma ad Augusto le lettere latine fluirebbero comodamente in fiume ampio e ben ordinato. Ma la cosa non è propriamente così, ed oggidì si è Tamagni. Letteratura Romana. 10